Da una città all’altra, arroccata sulle colline
MILENA DALLA PIAZZA, DIDIER HEUMANN, ANDREAS PAPASAVVAS

Abbiamo diviso il percorso in diversi tratti, per facilitare la visibilità. Per ogni tratto, le mappe danno il percorso, le pendenze trovate sul percorso, e lo stato del GR65. I percorsi sono stati disegnati sulla piattaforma « Wikilocs ». Oggi non è più necessario andare con mappe dettagliate in tasca o in borsa. Se si dispone di un telefono cellulare o tablet, è possibile seguire facilmente il percorso in diretta.
Per questo percorso, ecco il link:
https://fr.wikiloc.com/itineraires-randonnee/de-lascabannes-a-lauzerte-par-le-nouveau-gr65-54196085
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Non tutti i pellegrini si sentono necessariamente a proprio agio con la lettura dei GPS o con la navigazione sul cellulare, soprattutto perché esistono ancora numerose zone senza connessione Internet. Per questo motivo, per facilitare il vostro viaggio, è disponibile su Amazon un libro dedicato alla Via Podiensis, da Cahors a St-Jean-Pied.de-Port. Molto più di una semplice guida pratica, quest’opera vi accompagna passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, offrendovi tutte le chiavi per una pianificazione serena e senza brutte sorprese. Ma oltre ai consigli utili, vi immerge nell’atmosfera incantevole del Cammino, catturando la bellezza dei paesaggi, la maestosità degli alberi e l’essenza stessa di questa avventura spirituale. Mancano solo le immagini: tutto il resto è lì per trasportarvi nel cuore dell’esperienza.
In aggiunta, abbiamo pubblicato anche un secondo libro che, con un po’ meno dettagli ma con tutte le informazioni essenziali, descrive l’intero percorso da Le Puy-en-Velay a Saint-Jean-Pied-de-Port. A voi la scelta del cammino da intraprendere..
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Se vuoi vedere solo gli alloggi della tappa, vai direttamente in fondo alla pagina.
La giornata si svolge ancora nel “Quercy Blanc”, questo vasto altopiano, a tratti ondulato da colline, che poggia su ampi banchi di calcare e marne. I terreni, spesso costituiti da calcari teneri, argilla o sabbia, spaziano dal bianco più intenso al marrone chiaro. La luce esalta spesso le pietre calcaree bianche delle case, talvolta piuttosto signorili. La vegetazione assume già un carattere quasi mediterraneo. Le piccole querce dominano ancora il paesaggio, ma si incontrano anche aceri, castagni, folti bossi ed erbe selvatiche. Se, da Cahors a Lascabannes, le terre sottratte al sottobosco erano soprattutto prati, qui gli spazi destinati alle coltivazioni superano le superfici foraggere. La foresta si dirada notevolmente. Oggi il percorso si snoda tra i dipartimenti del Lot e del Tarn-et-Garonne. Alcune piccole valli incidono un paesaggio nel complesso piuttosto orizzontale. Ci si avvicina poco a poco alle vaste distese di grano e girasoli del dipartimento del Tarn-et-Garonne, che raggiungerete alla fine della tappa. L’alternarsi di altopiani e valli costituisce tutta la ricchezza del paesaggio. I pendii disegnano curve dolci, messe in risalto dai solchi dell’aratura. Nelle valli umide, numerosi pioppi, ontani e platani si alternano alle siepi, ai gruppi di alberi intorno alle fattorie e ai moltissimi boschetti di querce. I pascoli conferiscono al paesaggio una nota mediterranea e selvaggia. Si estendono su piccole colline irte di querce dalle sagome contorte che si stagliano contro il cielo, punteggiate di ginepri e ginestre che, in primavera, ondeggiano al vento. I paesaggi alternano ampi orizzonti aperti sugli altopiani, passaggi ombreggiati nel sottobosco e splendide vedute sulle piccole valli e sulle conche. In realtà, i paesaggi degli altopiani formano una sorta di tela di fondo sulla quale si inseriscono i motivi disegnati dalle valli. Questa terra oscilla tra la tradizione della policoltura e quella dell’allevamento. La varietà e la ricchezza dei terreni favoriscono una policoltura basata soprattutto su cereali e foraggi.
L’architettura delle case e delle fattorie che costituiscono il patrimonio rurale del “Quercy Blanc” è caratterizzata da tetti a lieve pendenza ricoperti di tegole a canale e da murature in blocchi squadrati di pietra bianca. Il paesaggio medievale trova conferma attraversando i paesini, con i loro vicoli stretti, le piccole bastide e le finestre ogivali. Qui il candore del calcare risplende ancora, talvolta sfumato di giallo, rosa o persino blu. Sono ancora visibili numerose colombaie.
Anche qui gli organizzatori si sono lasciati tentare dalla voglia di modificare il GR65. Sono ormai quasi cinque tappe che il percorso è stato cambiato nel corso degli ultimi anni. Certo, non sempre in maniera sostanziale, ma comunque! Anche qui, contrariamente a quanto accaduto nella tappa di Livinhac, si può dire che il cambiamento sia stato salutare. Un tempo, prima di Montcuq, bisognava seguire per un lungo tratto la strada dipartimentale. Ora il percorso è stato sostituito da una bellissima gymkhana immerso nella natura selvaggia. Grazie.
Difficoltà del percorso: I dislivelli della giornata sono abbastanza ragionevoli (+538 metri/-516 metri) per una tappa lunga. In termini di difficoltà del percorso, è una giornata tranquilla. C’è poco da segnalare se non una ripida salita all’inizio della tappa, poi una dura salita e una dura discesa nei pressi di Montlauzun, a cui va aggiunta la ripida salita sul colle di Lauzerte a fine giornata.

Stato del GR65: I percorsi su cammini sono chiaramente a vantaggio:
- Asfalto: 6.6 km
- Cammini: 18.2 km
A volte, per motivi logistici o scelta dell’alloggio, queste tappe mescolano percorsi effettuati in giorni diversi e diverse stagioni, poiché siamo passati più volte sulla Via Podiensis. Allora, i cieli, la pioggia o gli aspetti del paesaggio possono variare. Ma, generalmente, non è così, e questo modo di fare non cambia la descrizione del corso.
È molto difficile specificare con certezza le pendenze dei percorsi indipendentemente dal sistema utilizzato.
Per “ dislivelli reali ”, rileggi l’avviso del chilometraggio nella pagina di benvenuto.

Tratto 1: Fino alla fine del “Causse del Quercy”

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: alcune pendenze piuttosto marcate per salire alla cappella di St Jean, poi percorso privo di qualsiasi difficoltà.

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Oggi il GR65 prende congedo dalla piazza della chiesa e punta in direzione di St Géry e Sabatier. Lasciate alle spalle le ultime case, una piccola strada scivola dolcemente verso la campagna, tra prati, girasoli e cereali, prima di andare a morire davanti all’ingresso del “Domaine de St Géry”.
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Ma i pellegrini non ne varcheranno i cancelli. E poi, francamente, che cosa andrebbero a fare in questo nobile rifugio questi viaggiatori di lungo corso, con lo zaino sulle spalle e le scarpe infangate da centinaia di chilometri?

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A loro, dunque, la strada, che ben presto perde l’asfalto e le buone maniere per trasformarsi in un cammino di sassi, fermamente deciso, lui, a guadagnare quota.
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Più in basso si svela allora il “Domaine de St Géry”, augusta dimora di charme dove, a quanto pare, persone facoltose e teste coronate vengono a mettere un po’ di distanza tra la propria tranquillità e gli obiettivi dei paparazzi. Visto dall’alto, l’insieme assume l’aspetto di un minuscolo paesino: una dimora signorile, un fienile, una colombaia e, adagiato nel verde come una pietra preziosa, un delizioso laghetto. Due mondi si osservano così senza incontrarsi davvero: in basso, il rifugio dei privilegiati; in alto, i pellegrini con la loro casa sulle spalle. Inutile dire che questi ultimi non devono fermarsi qui molto spesso. Per non dire mai.
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La terra battuta prende presto il sopravvento e srotola il suo lungo nastro color argilla all’assalto della collina.
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Querce e frassini formano ben presto una guardia d’onore lungo la salita, che conduce fino alla località di Sabatier, dove i camminatori in cerca di una notte un po’ diversa potranno, per una sera, scambiare dormitorio e camera con una yurta. Ma, chiusa questa parentesi, i causses tornano a reclamare i propri diritti. E con loro i famosi «piaceri» del luogo: sotto le suole, pietre; davanti ai polpacci, una pendenza che supera allegramente il 10%.
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Del resto, lo scenario non ha dimenticato nulla dell’armamentario locale: pietrame in abbondanza, querce fitte e vigorose, ancora pietre e poi altri sassi, per chi non ne avesse ancora avuto abbastanza. Il causse non fa mai le cose a metà.
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È sempre lui, con la sua bellezza austera e la sua inevitabile asprezza. Ma ecco apparire sul bordo del cammino una vecchia conoscenza: una «caselle», costruita con pesanti blocchi di pietra che gli anni e il muschio hanno pazientemente eroso. Guarda un po’! Le avevamo quasi dimenticate, queste sentinelle di pietra a secco incontrate così spesso in precedenza. Questa sembra aprire la propria porta al passante come per rivolgergli un ultimo saluto, perché ci sono poche probabilità di incontrarne molte altre più avanti lungo il percorso.
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| Un ultimo muretto ricoperto di muschio accompagna ancora per qualche passo il camminatore, estrema frontiera di un mondo minerale destinato ben presto a svanire. Poi il causse si ritira e, sotto le suole, ritorna quell’ingrato compagno del quale si farebbe volentieri a meno: l’asfalto. |
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La pendenza, fortunatamente, si addolcisce. Tra querce e frassini, la piccola strada sale tranquillamente attraverso la campagna fino alla sommità della collina.
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Lassù, un cartello propone al pellegrino uno di quei piccoli dilemmi di cui il cammino custodisce il segreto. Da una parte, “Le Clos de Gamel”, un’accogliente struttura ricettiva situata però fuori dal percorso. Ora, ottocento metri, nella vita di tutti i giorni, non sono quasi nulla; alla fine di una giornata di marcia, possono improvvisamente sembrare la fine del mondo. I pellegrini esitano quindi spesso prima di concedersi questo genere di deviazione e in genere vi si rassegnano soltanto quando altrove i letti cominciano a scarseggiare. Miam Miam Dodo, fedele angelo custode degli stomaci vuoti e dei camminatori in cerca di un tetto, segnala appunto queste sistemazioni che obbligano a qualche piccola infedeltà al cammino. Nell’altra direzione, invece, non occorre negoziare con le proprie gambe: la cappella di “St Jean Le Froid” è a due passi.
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Bisogna però alzare gli occhi per scoprirla. Bella e maestosa, la cappella si erge appena sopra il cammino, quasi segreta sotto la grande volta degli alberi che la sottrae agli sguardi frettolosi.
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Restaurata di recente, la cappella veglia su un luogo al quale, per molto tempo, gli uomini hanno attribuito virtù che andavano ben oltre quelle della preghiera. Per secoli si è venuti fin qui per bere l’acqua di una sorgente vicina o per frizionarsela sul corpo, nella speranza di vedere i reumatismi svanire come per incanto. Con l’aiuto della fede, forse qualche volta il miracolo avveniva davvero. Quanto ai pellegrini di oggi, dopo aver macinato a piedi qualche centinaio di chilometri, sarebbero ben capaci di chiedere alla sorgente un prodigio più modesto: far sparire vesciche, calli e altri malanni del camminatore!
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Non appena si lascia la cappella, il paesaggio si trasforma. Almeno per qualche centinaio di metri, ci si lascia alle spalle le ultime tracce del causse, le sue pietre e i suoi boschetti di querce, per entrare nelle grandi coltivazioni del “Quercy Blanc”, ai confini del dipartimento del Lot. Gli orizzonti, meno frastagliati, si aprono improvvisamente e lo sguardo corre così lontano da sembrare perdersi in un infinito irraggiungibile. Il Cammino di Santiago volta qui definitivamente le spalle alle propaggini del Massiccio Centrale. D’ora in poi saranno colline, fino a quando, al termine del viaggio, appariranno i Pirenei.
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Un’ampia pista sterrata corre diritta tra le coltivazioni. Sotto i passi, il terreno è così chiaro che sembra quasi di camminare sulla sabbia. Ma, dopotutto, non stiamo forse attraversando il “Quercy Blanc”?
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Da Le Puy, il pellegrino aveva conosciuto soprattutto lande, alpeggi, rocce e alte foreste: quella natura un po’ selvaggia in cui è piacevole meditare, fantasticare e camminare tra le greggi e le mandrie. Altri preferiscono a questa amabile anarchia la geometria dei campi, le lunghe prospettive e il bell’ordine dei vigneti, dei campi di grano e dei frutteti. Costoro troveranno qui il loro Eden. Qualche quercia e qualche frassino solitario popolano ancora l’immensità delle coltivazioni.
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Poco dopo, nuove indicazioni segnalano “Le Clos de Gamel” ed Escayrac, dove le suore accolgono i pellegrini, entrambi leggermente fuori dal percorso.
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Naturalmente, il paesaggio cambia volto con il trascorrere delle stagioni. A volte bastano poche settimane per non riconoscere più un luogo che si credeva familiare.
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Allora giochiamo un po’ con il calendario. Siamo all’inizio dell’estate e gran parte del grano è già stata raccolta: il paesaggio ha perso un po’ dei suoi colori. Torniamo indietro di qualche settimana, alla fine della primavera. La terra è sempre altrettanto bianca, ma le ginestre sono ancora in fiore e il giovane grano stende il suo tappeto verde. Molti lo preferiscono così, quando ondeggia al vento come un mare vegetale.
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Qui gli appezzamenti si estendono a perdita d’occhio, appena interrotti da qualche boschetto e da filari di alberi. Lo spazio appare meno frammentato, quasi lineare. All’inizio di luglio, il grano invernale e quello primaverile sono già stati raccolti; soltanto l’avena e il triticale attendono ancora la mietitura. Altrove si susseguono stoppie, maggesi e terreni in attesa di una nuova coltura.
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Un po’ più avanti, il rilievo ricomincia a ondulare. Si direbbe quasi che il causse sia tornato per darci l’ultimo saluto: pini, frassini e persino qualche carpino, raro nella regione, tornano a mescolarsi alle querce.
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Ma questo ritorno dura poco. Ben presto il causse scompare ancora una volta e restituisce il paesaggio alle coltivazioni.
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Poco dopo, il cammino risale una piccola altura e raggiunge una strada agricola, che seguirà soltanto per pochi istanti.
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Tratto 2: Tra i campi di cereali del Lot

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso privo di qualsiasi difficoltà.

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E il gioco continua lungo la cresta, su questo cammino sterrato che asseconda le ondulazioni del rilievo, passando da un’altura all’altra tra siepi e campi di cereali. A tratti sale leggermente, a tratti ridiscende, quasi si divertisse a seguire i capricci di questa campagna dolcemente ondulata.
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Poi il GR65 cambia ancora una volta volto. La terra battuta lascia il posto a un sentiero più discreto, che si insinua tra le erbe selvatiche prima di cercare rifugio sotto gli alberi. Anche qui il tracciato è stato modificato. Un tempo, il percorso attraversava i campi un po’ più in alto, seguendo un ampio cammino sterrato aperto sulla campagna. Oggi gli è stato preferito un tracciato più diretto, che si addentra nel sottobosco lungo uno stretto sentiero. Eppure la scorciatoia è davvero modesta: appena duecento metri risparmiati sulla tappa.
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È un po’ come un ritorno del causse, con quella vegetazione familiare che torna a reclamare i propri diritti sotto la volta delle fronde. Grandi querce dominano il sottobosco, accompagnate da cornioli, aceri di Montpellier, carpini e castagni. Qui il camminatore ritrova, per un istante, qualcosa dei paesaggi attraversati in precedenza, come un’ultima eco di queste terre calcaree prima che lo scenario cambi nuovamente.
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All’uscita dal bosco ritorna la luce e il sentiero raggiunge la strada dipartimentale D4. Il cambiamento di scenario è piuttosto brusco: dopo l’intimità degli alberi e il groviglio vegetale del sottobosco, eccovi ora all’altezza dell’isola ecologica di Montcuq. .
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Un tempo, il cammino scendeva da un punto leggermente più alto, attraversando un oceano di cereali dominato dal grano. I campi si estendevano a perdita d’occhio, dispiegando le loro onde dorate sulle ondulazioni del paesaggio: uno spettacolo semplice e maestoso, di quelli che per un istante fermano lo sguardo e quasi anche il passo. Perché il tracciato è stato spostato? Forse i contadini si erano stancati di vedere passare, stagione dopo stagione, il lungo corteo dei pellegrini in mezzo alle loro terre? Probabilmente nessuno lo saprà mai. Ma, in fondo, poco importa. Se l’attraversamento dei campi aveva un certo fascino, più in basso conduceva fino alla strada dipartimentale, che bisognava poi costeggiare. È stato quindi ideato un altro passaggio: sacrifica certamente le grandi prospettive sui campi di grano, ma non è per questo privo di fascino.
Oggi, non appena raggiunta la strada, un ampio cammino se ne stacca ad angolo retto e trascina nuovamente il camminatore verso la campagna.
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La pista sterrata procede ora in piano in mezzo ai prati, in una campagna che ritrova per un momento i suoi orizzonti aperti. E la quercia non è l’unica padrona di questi luoghi: qua e là, frassini e noci vengono a interromperne il regno e mescolano le loro sagome a quelle delle siepi che fiancheggiano il cammino.
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Poi, poco a poco, la campagna scompare. Il cammino abbandona i prati e si insinua sotto gli alberi, quasi risucchiato dall’ombra del sottobosco.
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Ben presto penetra sotto una splendida volta di latifoglie, dove la luce filtra ormai con parsimonia. Sul bordo del passaggio appare allora un’imponente roccia calcarea, lentamente modellata dai secoli e scavata fino ad assumere l’aspetto di una grotta naturale.
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Qui il cammino assume tutt’altro sapore. Sotto la fitta coltre delle fronde, l’ampio cammino si restringe poco a poco e diventa un semplice sentiero. Querce, castagni, carpini, aceri e cornioli compongono ormai uno scenario più segreto, quasi avvolgente. Sotto i passi, la terra si fa più umida: da qualche parte, ancora invisibile, l’acqua non deve essere lontana.
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Poco più avanti, infatti, finisce per rivelarsi. Il cammino incontra una fontana che sembra appartenere a un’altra epoca. L’acqua trasuda direttamente dalla roccia, goccia dopo goccia, nella frescura del sottobosco. Lontano da tutto, nel cuore di questa natura divenuta quasi selvaggia, il luogo assomiglia a una piccola oasi di freschezza e di pace.
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Più avanti, la foresta stringe ancora di più il suo abbraccio. Il sentiero si inoltra sotto una volta sempre più fitta, là dove l’ombra finisce quasi per spegnere la luce. Sale dolcemente costeggiando una discreta fascia rocciosa, appena visibile dietro la cortina degli alberi.
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Ben presto la pendenza aumenta e il sottobosco diventa ancora più fitto. La salita si fa più decisa, in questa foresta che lascia appena intuire ciò che si nasconde più in alto. Anche qui il tracciato è stato modificato di recente, aggiungendo una nuova variante alla movimentata storia del GR65.
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In cima alla salita, la foresta allenta finalmente il suo abbraccio. Ritorna l’asfalto e il percorso costeggia le robuste case in pietra di Le Bousquet, costruzioni austere e saldamente radicate nel paesaggio, quasi fossero cresciute lì insieme alle rocce stesse.
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Il cammino aggira quindi il paesino, ancora accompagnato per qualche tempo dai muri e dalle opere in pietra che ne disegnano i contorni. Poi anche le ultime case scompaiono e una piccola strada si allontana verso la campagna, riaprendo davanti al camminatore lo spazio e l’orizzonte.
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Tratto 3: Per monti e per valli nei dintorni di Montcuq

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso ondulato, con pendenze marcate all’uscita da Montcuq, spesso superiori al 15% nel sottobosco, quando il cammino risale sulla collina.

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Da qui, il GR65 comincia a ricongiungersi con il suo vecchio tracciato. Ben presto l’asfalto scompare sotto i passi e la terra battuta torna a reclamare i propri diritti.
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Ma, avvicinandosi alla strada dipartimentale, l’asfalto fa già ritorno. Qui la piccola strada costeggia una vasta campagna, piatta come il palmo di una mano, punteggiata da qualche fattoria adagiata in mezzo ai campi. I causses sono ormai lontani alle vostre spalle. Il paesaggio si è addolcito, i rilievi sono scomparsi: state attraversando le ultime campagne del Lot.
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Il GR65 ritrova quindi il suo vecchio tracciato sulla strada dipartimentale D4, a quasi due chilometri da Montcuq.

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Oggi, chi si occupa della sistemazione del percorso cerca sempre più spesso di ricavare una fascia riservata ai camminatori lungo le strade dipartimentali. Una scelta senz’altro positiva per la sicurezza, anche se, bisogna riconoscerlo, qui il traffico non ha proprio nulla di esuberante: sono ben poche le automobili che vengono a turbare la quiete dei luoghi. .
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Il GR65 costeggia per qualche tempo la strada dipartimentale, prima di abbandonarla per una strada più modesta, il “Chemin du Rouquet”.
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Cominciano allora due chilometri di malinconia. Nulla di spettacolare, nessun accidente del terreno, ben poche sorprese capaci di distrarre il camminatore. Non resta che mettere un piede davanti all’altro e lasciare vagare i pensieri. Di tanto in tanto, forse un albero merita uno sguardo; altrove sono i campi, alcuni ancora in piedi, altri già mietuti, a occupare l’orizzonte. Il cammino si riduce quasi alla sua espressione più semplice: avanzare.
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Bisogna pur riempire quello che, agli occhi del pellegrino, potrebbe sembrare un grande spazio vuoto. Vuoto, davvero? Certamente non per chi qui vive e lavora. Dietro questa apparente monotonia si dispiega il territorio quotidiano dei contadini, con i suoi prati, le sue coltivazioni e il lento calendario dei lavori agricoli.
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In questa parte del paese, la terra si divide così tra prati e coltivazioni. In questo periodo dell’anno, le grandi mietiture sono per lo più terminate e soltanto alcuni cereali più tardivi attendono ancora il proprio turno. Ma, per un occhio inesperto, riconoscere ciò che cresce nei campi diventa presto un piccolo gioco d’azzardo. Persino il grano si presenta oggi in una moltitudine di varietà, panificabili o meno, alte o più basse, alcune scelte anche per la paglia che produrranno. Tra tutti questi cereali, l’avena è spesso una delle ultime a passare sotto la mietitrebbia.
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Poi arriva finalmente la liberazione per chi avesse cominciato ad annoiarsi lungo questi interminabili rettilinei. Al termine di questa piccola penitenza campestre, il terreno comincia a inclinarsi e il cammino avvia la discesa verso Montcuq. Dopo tanta orizzontalità, la minima pendenza assume quasi l’importanza di un avvenimento.
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Quasi senza transizione, appare ben presto Montcuq. Il cammino sbuca sulle alture della cittadina, nei pressi di una modesta struttura coperta. Davanti a voi, il vecchio abitato si aggrappa ai pendii e distende le sue case fino alla sommità della collina.
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In fondo alla discesa, sotto lo sguardo della Vergine che veglia sulla cittadina, si erge l’austera chiesa di Saint-Privat, edificio del XVII secolo la cui sobria sagoma segna l’ingresso di Montcuq.
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Il GR65, invece, non si avventura nella città vecchia. Sarebbe però un peccato proseguire senza visitarla: la cittadina, che conta meno di 2.000 abitanti, merita ampiamente la deviazione. Montcuq deve inoltre una parte inaspettata della sua notorietà nel mondo francofono a un celebre sketch televisivo trasmesso nel 1976 in Le Petit Rapporteur, il programma umoristico di Jacques Martin. Daniel Prévost vi giocava, con una malizia piccante ma mai pesante, sull’equivoca sonorità del nome francese “Montcuq”. Lungi dall’offendersene, la cittadina ha finito per trasformare quella battuta in un pezzo della propria storia: la prima strada che sale verso il vecchio abitato porta oggi il nome di “Rue du Petit Rapporteur”.
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Fin dalle prime case, gli stretti vicoli assumono un aspetto medievale. Salgono all’assalto della collina, si insinuano tra le vecchie facciate e i muri di pietra, conducendo poco a poco il visitatore verso la chiesa e i resti del castello che dominano la cittadina.
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In cima alla collina si erge la chiesa di Saint-Hilaire, riconoscibile per il suo campanile ottagonale. Le sue origini risalgono al XII secolo, ma l’edificio ha attraversato una storia movimentata. Nel XVI secolo, durante le guerre di religione, i protestanti la incendiarono, risparmiando soltanto la parte absidale, il coro e le absidi. La chiesa fu ricostruita e completata nel corso dei secoli, mentre l’attuale campanile porticato venne ad aggiungersi all’insieme soltanto nel XIX secolo. A pochi passi da lì, appollaiato sulla sua cupola rocciosa, il torrione di La Roque continua a fare la guardia. Con i suoi ventiquattro metri di altezza, questa possente massa di pietra è tutto ciò che rimane dell’antico castello fortificato. Solitario sopra i tetti, ricorda che, prima di prestare il proprio nome a una delle battute più celebri della televisione francese, Montcuq fu innanzitutto una roccaforte saldamente insediata sulla sua collina.
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Dopo questa parentesi sulle alture della città vecchia, bisogna ritrovare il filo del cammino. Il GR65 si lascia Montcuq alle spalle e ridiscende verso la parte bassa del paesino, prendendo ora la direzione di Rouillac.
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In fondo alla discesa, il GR65 attraversa il modesto ruscello di Nègue Vieille, un sottile filo d’acqua che segna quasi da solo un cambiamento di scenario.
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Qui termina la lunga alternanza, talvolta monotona, dei campi di cereali. Il paesaggio ritrova improvvisamente un po’ di mistero: i prati si rannicchiano contro i boschi d’alto fusto, gli alberi richiudono poco a poco l’orizzonte e l’ombra ricomincia a contendere il terreno alla luce. Dopo gli spazi ampiamente aperti, il camminatore ritrova una terra più segreta.
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Ben presto, un piccolo cammino sassoso attacca con decisione il fianco della collina. La salita si insinua tra aceri, querce rachitiche, esili castagni e carpini che compongono qui un sottobosco privo di maestosità, ma ricco di carattere. È qui che un compagno inatteso si unisce alla marcia: un Golden Retriever incontrato a Montcuq ci ha semplicemente presi sotto la sua ala e sembra proprio deciso a percorrere un tratto di cammino con noi. Bisogna credere che questa razza abbia il gusto del pellegrinaggio: questi cani sono grandi amanti delle scappatelle e diventano volentieri compagni dei camminatori di passaggio.
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Il sentiero, ormai stretto, diventa una vera delizia per i pellegrini più sportivi e probabilmente un po’ meno per i pensionati con le gambe già pesanti. Sotto le suole, i sassi aggiungono un’ulteriore difficoltà, mentre la pendenza supera spesso il 10% per quasi mezzo chilometro. Quanto basta per ricordare che, anche lontano dai grandi rilievi, il cammino sa ancora mostrare i denti.
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Qua e là, piccoli muretti di pietra emergono sotto il loro manto di muschio, come se fossero stati dimenticati lì da generazioni. L’umidità, l’ombra, le vecchie pietre, il silenzio degli alberi: mancano davvero soltanto alcuni funghi per completare il quadro. Quasi la felicità, insomma! A condizione, naturalmente, di dimenticare per un istante la dura pendenza che continua a mettere a dura prova i polpacci.
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Tratto 4: Passando per la bella chiesa di Rouillac

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso senza particolari difficoltà, ma con una salita piuttosto impegnativa verso Bonal.

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In cima alla salita, il paesaggio cambia ancora una volta volto. Il bosco d’alto fusto scompare e la vegetazione si fa più bassa, quasi strisciante. Cespugli, graminacee, cornioli e ginestre si dividono ormai il terreno, aggrappati agli ultimi pendii della collina.
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Poi il rilievo finalmente si addolcisce. Giunto sulle alture, il GR65 abbandona le sue velleità di scalatore e raggiunge un piccolo altopiano dove tornano a distendersi i prati.
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Lauzerte dista ancora più di tredici chilometri. Per il momento, il GR65 procede in piano attraverso i prati, su una piccola strada asfaltata. Sul Cammino di Santiago accade spesso così: il sottobosco e i fianchi delle colline sembrano appartenere al pellegrino, mentre gli altopiani sono il regno dei contadini.
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Al bivio che conduce al paesino di Charry, il GR65 abbandona la strada. Da qui si stacca un sentiero che ben presto riporta il camminatore verso l’ombra degli alberi.
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Quanto al nostro compagno a quattro zampe, non c’è alcun dubbio: conosce il Cammino di Santiago. Sempre davanti a noi, il nostro Golden sembra sapere meglio di noi dove dirigere i propri passi. Il sentiero comincia a serpeggiare tra i prati, sfiora il margine del sottobosco, poi si lascia poco a poco inghiottire da una foresta più fitta.
Abbiamo già incontrato molte volte l’acero di Montpellier. Eccone proprio un bell’esemplare. A differenza dei grandi aceri, come il sicomoro, la sua foglia non presenta quella sagoma profondamente incisa che si associa facilmente alla foglia della bandiera canadese. Poco esigente, rustico e perfettamente a suo agio sui terreni asciutti e calcarei, trova nei causses una terra fatta su misura per lui. Non sorprende quindi incontrarlo così spesso ad accompagnare i passi del pellegrino.
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A volte, il cammino si avvicina alle fattorie e ritrova per qualche istante la presenza dell’uomo. Ai margini del bosco, una grande proprietà appare dietro il suo imponente cancello in ferro battuto. Alcuni cavalli vi vivono tranquillamente e il nostro compagno sembra averli individuati molto prima di noi.
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Del resto, si volta spesso per controllare che lo stiamo ancora seguendo. Il suo sguardo sembra quasi parlare: « Ma non hai proprio niente di meglio da fare che fermarti continuamente a fotografare cose di scarso interesse? »deve pensare vedendoci ancora una volta arrancare nelle retrovie.
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Poco più avanti, il cammino si incarica di ricordarci che la passeggiata non è sempre bucolica. Il sentiero precipita bruscamente lungo una pendenza che sfiora il 20%, tra pietre instabili che rotolano volentieri sotto le suole.
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Fortunatamente, il tratto è breve. Il sentiero sbuca ben presto sulla strada, in località Roux. Un cane poco accogliente fa la guardia e manifesta rumorosamente la propria presenza. Quello, di sicuro, non ha proprio nulla in comune con il nostro placido compagno di viaggio.
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Da qui, dall’altro lato della strada, si scorge già Rouillac. Il paesino sembra vicinissimo, ma il GR65 ha ancora qualche deviazione in serbo prima di condurvi fin là.

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Dopo un breve tratto sulla strada in salita, il GR65 la abbandona rapidamente e si tuffa in un sottobosco bucolico quanto basta. Lo scenario cambia ancora. Qui non si vedono più gli alberi spesso modesti e tormentati dei causses: la terra più fresca nutre grandi aceri di monte e carpini che innalzano sopra il cammino ramificazioni maestose.
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Uno di questi carpini merita, da solo, di rallentare il passo. Un albero di tali dimensioni e di simile maestosità non è cosa comune sul Cammino di Santiago. Il carpino vi si incontra molto più spesso nella forma modesta della siepe di carpini, fitta lungo le siepi e nel sottobosco.

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Un po’ più in basso si nasconde un autentico gioiello, un piccolo stagno adagiato nel suo scrigno di verde. Tra lo stagno, le vecchie pietre, i grandi alberi e quest’acqua che affiora ovunque, in questo piccolo angolo sperduto regna una grazia davvero particolare.
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Dopo questa parentesi di frescura e ombra, il cammino riprende dolcemente quota e risale verso il paesino di Rouillac.
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L’arrivo riserva una nuova sorpresa. Rouillac rappresenta una sosta gradita per il suo punto d’acqua, certo, ma soprattutto per il piccolo tesoro custodito nella sua chiesa. L’edificio romanico, le cui origini risalgono al XII secolo, conserva notevoli pitture murali dai colori ancora sorprendentemente vivaci. Sono autentiche scritture del passato.
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Il GR65 lascia Rouillac scendendo sotto le ultime case del grazioso paesino. I loro muri di pietre chiare, talvolta quasi bianche sotto la luce, ricordano che siamo ormai nel cuore del “Quercy Blanc”, questa terra che deve appunto il proprio nome al pallore della sua pietra.
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La pendenza lascia ben poco tempo per soffermarsi sul paesaggio. La strada precipita decisamente verso la pianura, con una pendenza che supera il 10%.
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In fondo alla discesa, in località Berty, cambia il ritmo. Una strada asfaltata prende il sopravvento e procede ora in piano tra prati e campi di cereali. Il rilievo scompare, l’orizzonte si allarga e il cammino ritrova per qualche tempo una tranquilla orizzontalità.
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La strada prosegue così abbastanza a lungo, placida e senza grandi sorprese.
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Ma il nostro amico, lui, ha decisamente un senso dell’orientamento infallibile. Verrebbe quasi da credere che conosca a memoria il GR65. Senza la minima esitazione, ci precede fino al punto esatto in cui il cammino abbandona finalmente l’asfalto per ritrovare i prati. Poco più avanti scorre il ruscello di Tartuguié. Ecco forse spiegata tanta sicurezza: il nostro compagno deve conoscere bene questi luoghi e probabilmente viene volentieri a sguazzare qui quando se ne presenta l’occasione.
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Il GR65 ritrova allora un carattere più selvaggio. Si inoltra tra le erbe alte, costeggia le siepi che disegnano i confini degli appezzamenti, poi comincia a guadagnare quota.
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A metà pendio, uno specchio d’acqua appare quasi di sorpresa, sperduto in mezzo alle erbe alte. Seminascosto dalla vegetazione, forma una piccola parentesi immobile nel cuore della salita.
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Tratto 5: Dal dipartimento del Lot a quello del Tarn-et-Garonne

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso impegnativo per passare da un dipartimento all’altro.

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Sopra il piccolo lago, la pendenza torna improvvisamente a mostrare i denti. Con una pendenza vicina al 15%, il cammino sale senza esitazioni verso la sommità della collina, insinuandosi tra le latifoglie e i noci prima di raggiungere la fattoria di Bonal. .
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Bonal non è molto più di una manciata di fattorie adagiate sulle alture. Intorno agli edifici, alcuni appezzamenti destinati all’orticoltura introducono una nota diversa in questa terra dove prati e grandi coltivazioni occupano la maggior parte dello spazio.
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Da Bonal, una piccola strada ridiscende tranquillamente attraverso la campagna seguendo il margine del sottobosco. Qui la foresta dispiega quasi tutta la tavolozza delle sue latifoglie. Querce, aceri, carpini e noci si mescolano ai frassini, sempre numerosi lungo le strade, mentre qua e là qualche tiglio completa questa bella varietà.
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Anche alcune belle fattorie in pietra scandiscono la discesa. Massicce e saldamente piantate sul bordo della strada, sembrano fare tutt’uno con questa campagna che accompagnano da generazioni.
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Più in basso appare il piccolo lago del Sorbier. La vegetazione vi si riflette in una vera sinfonia di verdi, ora profondi, ora luminosi. Uno di quei piccoli paesaggi senza pretese che, tuttavia, bastano a far rallentare il passo.
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In fondo alla discesa, il paesaggio agricolo torna a reclamare i propri diritti. Quest’anno la strada attraversa campi di girasoli e soia; un’altra volta, forse, saranno cereali. Così va la campagna, seguendo le rotazioni e l’alternarsi delle colture. Finora, nel Lot, abbiamo incontrato ben poche grandi distese dedicate alle colture oleaginose. Diventeranno molto più familiari nel Tarn-et-Garonne, il cui confine ormai non è più molto lontano. .
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La strada ricomincia quindi a salire sul fianco della collina. Ed ecco apparire sul bordo del cammino una di quelle visioni che rallegrano immediatamente il pellegrino: una fattoria, alcuni tavoli e un piccolo punto di ristoro sistemato sotto i tigli. In questi luoghi benedetti, sono ben pochi quelli che trovano ancora una buona ragione per tirare dritto. Sosta ufficiale o semplice iniziativa locale, poco importa: dopo alcune ore di marcia esistono felicità molto semplici, e sedersi all’ombra per sorseggiare un caffè o uno sciroppo, oppure sgranocchiare qualcosa, ne fa sicuramente parte.
Questa sosta, del resto, ci renderà un servizio di tutt’altra natura. È qui che termina il nostro cammino in compagnia del Golden di Montcuq. Il nostro amico porta sì un collare, ma non c’è alcun numero di telefono che permetta di rintracciare il proprietario. Il padrone del posto conosce evidentemente bene questo genere di avventure: basta, ci spiega, trattenere per un po’ questi cani viaggiatori prima di lasciarli nuovamente liberi. Abituati a seguire i pellegrini, sanno poi ritrovare da soli il cammino di casa.
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Alla partenza, la strada guadagna dolcemente quota, quasi senza darlo a vedere. Si snoda attraverso una campagna tranquilla, dove si alternano coltivazioni e margini di sottobosco.
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Ma poco a poco la collina si fa più esigente. La pendenza aumenta progressivamente mentre la strada prosegue la sua ascesa tra campi di cereali e colture oleaginose. Rare fattorie punteggiano questa campagna ampiamente aperta.
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L’ultimo assalto verso la cima non conosce più dolcezza. La pendenza si impenna decisamente e raggiunge in alcuni punti il 20%. Ancora qualche sforzo e si sbuca all’incrocio di Montlauzun, dove la strada ritrova finalmente inclinazioni più ragionevoli. Il GR65 non vi passa. Tuttavia, chi conserva ancora un po’ di coraggio nelle gambe potrà concedersi questa piccola deviazione. Montlauzun affascina meno per qualche monumento spettacolare che per la serenità del luogo: una piccola chiesa adagiata al centro della piazza, alcune case tutt’intorno e quella sensazione che qui il tempo abbia scelto di rallentare il proprio corso.
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Da Montlauzun, una strada precipita verso una piccola valle con una pendenza che supera il 10%.
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In fondo alla valle, all’incrocio con una strada più importante, nuovo cambiamento di scenario e di terreno. Il GR65 abbandona finalmente l’asfalto, volta le spalle alla strada e riparte all’assalto della collina lungo un cammino che si addentra nel sottobosco. Dopo la campagna aperta e l’asfalto, l’ombra degli alberi torna a reclamare i propri diritti. .
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All’inizio, il sentiero si insinua dolcemente verso il sottobosco. Sembra quasi volersi far dimenticare, guadagnando tranquillamente l’ombra degli alberi prima che la collina ricordi al camminatore di non aver ancora detto l’ultima parola.
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Ben presto, infatti, la pendenza si fa più severa e supera il 10%. Anche la foresta sembra cambiare volto. La quercia non vi regna più incontrastata: aceri e castagni sono ormai altrettanto numerosi.
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Poi, per un breve tratto, la collina si impenna sul serio. La pendenza supera il 20%, forse anche di più in alcuni punti, mentre le rocce affiorano sotto i passi e trasformano il sentiero in una piccola scala minerale improvvisata dalla natura. Un tempo era stata persino installata una corda per dare una mano ai camminatori meno sicuri. Da allora è scomparsa, probabilmente perché chi si occupa del percorso ha ritenuto che, dopotutto, non stessimo attraversando le Alpi. Resta il fatto che, con la pioggia, quando la roccia diventa scivolosa e la terra insidiosa, questo piccolo tratto di arrampicata deve perdere buona parte del suo carattere piacevole.
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Più in alto, la pendenza allenta un poco la presa, mentre la vegetazione diventa ancora più fitta. Sul bordo del cammino appare allora una vecchia « caselle », o meglio ciò che ne rimane: alcune pietre ancora unite tra loro, altre crollate, lentamente riconquistate dalle erbe e dai cespugli. Qui il tempo prosegue, pietra dopo pietra, il suo paziente lavoro di demolizione.
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Avvicinandosi alla sommità, la collina diventa finalmente più conciliante. Il sentiero sbuca nella landa e ritrova pendenze più tranquille. È qui, quasi senza cerimonie, che termina la nostra lunga traversata del Lot. Ancora pochi passi ed eccoci nel Tarn-et-Garonne. Un cartello piantato sul bordo del cammino annuncia già le meraviglie che attendono il pellegrino: Lauzerte, Moissac, Auvillar.
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I confini, come tutti sanno, hanno qualcosa di artificiale: sono comode convenzioni, linee tracciate dagli uomini sulle carte per mettere un po’ d’ordine nel mondo. Alla natura, invece, non importa proprio nulla. Qui non cambia davvero niente. Le piccole querce continuano a proliferare con la stessa ostinazione e sfileranno ancora per chilometri, quasi senza interruzione, fino a Lespinasse.
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Si direbbe quasi che i causses stessi siano migrati fin qui. Lo stesso terreno magro, gli stessi alberi modesti, la stessa vegetazione ostinata sembrano aver attraversato il confine senza nemmeno accorgersene.
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Poco più avanti, il sentiero si allarga e diventa un’ampia pista di terra battuta che procede tranquillamente in piano tra il sottobosco e alcuni campi d’avena, quasi fosse l’unica coltura disposta a venire a patti con l’aridità del terreno.
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Ma qui le coltivazioni restano un’eccezione. È il sottobosco a occupare la maggior parte del paesaggio, stendendo su entrambi i lati del cammino una cortina quasi ininterrotta di fogliame.
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Di tanto in tanto, una minuscola strada di campagna si stacca dal cammino e scompare dietro una curva del bosco. Conduce a qualche casa isolata, a una residenza secondaria nascosta nel verde oppure a una vecchia dimora contadina ancora abitata da chi ha scelto di vivere in queste terre appartate.

STratto 6: Lauzerte, lassù, arroccata sulla collina

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: : dapprima una ripida discesa, qui lungo le scalinate, poi una salita lunga e insistente fino alla sommità della collina di Lauzerte.

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Poi l’ampio cammino prosegue per quasi un chilometro nella sua tranquilla passeggiata attraverso questo paesaggio di causse che sembra non dover finire mai. Sempre gli stessi terreni magri, lo stesso sottobosco, le stesse piccole querce ostinate.
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Qua e là, il cammino sembra persino aver trovato rifugio sotto una vera e propria cattedrale di verde. Vecchie querce, nodose e possenti, distendono i loro rami sopra il camminatore. Sul tronco di uno di questi venerabili guardiani, una piccola lavagna regala al passante questa frase maliziosa: ”Il cammino di ieri passa di qua e di là”. Come se, in questa terra dove gli alberi sembrano più antichi delle strade, il cammino stesso avesse perso la memoria della propria età.
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Il cammino può anche continuare: sotto queste grandi querce immerse nella luce, verrebbe quasi voglia, per una volta, di non avere fretta di arrivare.
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Poi, miracolo! Dietro una curva del cammino appare il primo vero frutteto. E non si tratta di qualche albero sparso qua e là tra gli appezzamenti: lunghe file perfettamente ordinate, alberi allineati con una disciplina quasi militare. Questa volta non ci sono più dubbi: siamo davvero entrati nel Tarn-et-Garonne.
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Si potrebbe allora pensare che il paesaggio stia per precipitare improvvisamente in un altro universo, che ormai i frutteti si succederanno senza sosta e che il causse appartenga già al passato. Non è così. Questa apparizione era soltanto un’avanguardia. Appena superato il frutteto, le piccole querce riprendono possesso del terreno e il cammino ritrova la familiare asprezza del causse.
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Ma questa volta le sue ore sono contate. Poco dopo, il sentiero comincia a perdere quota e avvia la sua discesa verso la pianura.
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Arrivate così alla località di Lespinasse. Qui termina davvero la lunga traversata della cresta e, con essa, un intero capitolo del viaggio. Dopo più di dieci giorni trascorsi a camminare tra pietre, querce rachitiche, muretti, caselles e terreni calcarei, vi lasciate definitivamente alle spalle il mondo dei causses. Davanti a voi, la pianura apre un nuovo orizzonte e il Tarn-et-Garonne può finalmente cominciare.
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Da qui in poi, il cammino non scherza più con la discesa. Precipita deciso verso le terre più basse, abbandonando definitivamente le alture del causse e trascinando il camminatore verso una campagna dal volto completamente diverso.
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La discesa si svolge in gran parte lungo grandi scalini di cemento che precipitano giù per il pendio.
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In fondo alla discesa, il GR65 ritrova un carattere più campestre. Attraversa i prati, passando da un sottobosco all’altro in una campagna dove la vegetazione si fa ormai particolarmente generosa.
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Bisogna però già ricominciare a salire. In cima a una salita piuttosto ripida, il cammino raggiunge il piccolo paesino agricolo di Montjoie. Qui, un semplice rubinetto d’acqua è stato generosamente messo a disposizione dei camminatori. Sul Cammino di Santiago, a volte basta davvero poco per suscitare un’immensa gratitudine: qualche sorso d’acqua fresca al termine di una salita può valere tutti i tesori del mondo.
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Oltre Montjoie, il GR65 continua il suo gioco a nascondino tra le coltivazioni e gli alberi. A tratti costeggia le grandi teste dei girasoli, a tratti scompare sotto un fitto sottobosco. Le querce sono ancora ben presenti, quasi fossero decisamente restie ad abbandonarci, ma anche i frassini diventano sempre più numerosi.
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Tra un sottobosco e l’altro, la cortina degli alberi talvolta si apre e restituisce improvvisamente l’orizzonte al camminatore. Soltanto per pochi istanti, la campagna si dispiega in lontananza prima che il cammino torni a immergersi sotto le fronde.
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E poi, dietro una curva nel sottobosco, finalmente appare: Lauzerte, arroccata sulla sua collina, si staglia all’orizzonte. Vista così, sembrerebbe vicinissima, quasi a portata di mano. Ma il pellegrino esperto diffida di questi miraggi del cammino. Lauzerte è ancora soltanto una promessa posata sull’orizzonte. È un po’ come nel deserto: si supera una duna convinti di essere arrivati, soltanto per scoprire che un’altra si nasconde dietroe.
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Il cammino prosegue sotto gli alberi o, più spesso, ai margini del sottobosco. Campi di cereali, girasoli e terreni a maggese si susseguono in una campagna ormai ampiamente aperta. E a ogni svolta, Lauzerte ricompare sulla sua collina, un po’ più vicina, quasi che la vecchia cittadina si divertisse a giocare con l’impazienza del camminatore.
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Ma ormai non dubitatene più: questa volta finirete davvero per raggiungerla. Un’ampia pista di terra battuta si inoltra nella discesa e si avvicina poco a poco alla cittadina.
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In fondo alla discesa, Lauzerte si mostra ormai senza più nascondersi, saldamente appollaiata lassù sulla sua collina. Prima di raggiungerne le alture, il GR65 si ricongiunge con la strada dipartimentale e conduce verso Auléry, dove si trova la zona commerciale della cittadina.
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Siamo davvero alla fine? Non proprio. Basta alzare gli occhi per capire ciò che resta da fare: la vecchia cittadina è arroccata lassù e bisognerà pur andare a conquistarla. Una strada asfaltata comincia a salire dolcemente verso l’abitato, lasciando ancora credere che gli ultimi metri saranno una semplice formalità.
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Lauzerte bisogna meritarsela. Ben presto, il GR65 abbandona la strada e sceglie un modo molto più diretto per raggiungere la città vecchia: un sentiero parte deciso all’assalto della collina.
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Più in alto, lo sforzo si attenua un poco. Il percorso esita ancora tra asfalto e terra battuta e si insinua tra le prime alture della cittadina. Passa ben presto nei pressi del “gîte des Figuiers”, vero punto di ritrovo dei pellegrini a Lauzerte.
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Ma lo sforzo non è ancora del tutto terminato. La cittadella continua ancora per un po’ a negarsi al camminatore. Bisogna proseguire la salita nel sottobosco, lungo un ampio cammino che guadagna pazientemente le alture della collina. .
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Poi arriva l’ultima rampa. L’asfalto torna a reclamare i propri diritti e la pendenza si impenna un’ultima volta verso le mura.
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Il percorso sbuca allora, quasi teatralmente, sulla “Place des Cornières”, autentico gioiello architettonico nel cuore della città vecchia. La chiesa di Saint-Barthélemy, le cui origini risalgono al XIV secolo, è stata profondamente rimaneggiata nel corso del tempo; il suo sobrio campanile quadrato domina la piazza senza ostentazione. Intorno ad essa sopravvivono anche alcuni edifici legati a un antico insediamento religioso fondato nel Medioevo. Pietre dorate, arcate e antiche facciate compongono qui uno scenario in cui diversi secoli sembrano essersi dati appuntamento.
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Quando le terrazze sono aperte, la piazza cambia volto. Le conversazioni rimbalzano sotto le arcate, i bicchieri tintinnano e, dopo i chilometri di relativa solitudine del cammino, il pellegrino ritrova improvvisamente il delizioso brusio della gente. Bisogna però capitare al momento giusto! Sarebbe quasi stato necessario condurre un’indagine per svelare il mistero dei giorni e degli orari di apertura dei ristoranti della piazza. Quel giorno erano chiusi e lasciavano la “Place des Cornières”, immerse in un silenzio alquanto inatteso.
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Lauzerte appartiene alla cerchia dei “Plus Beaux Villages de France “e basta percorrerne le strade per capire che cosa le sia valso questo riconoscimento. Una tradizione fa volentieri risalire il suo nome a Lucerna, la lampada o la luce: un’immagine che si addice meravigliosamente a questa cittadina arroccata, visibile da molto lontano nel paesaggio. Il pellegrino ne sa qualcosa. Per chilometri l’ha vista apparire e poi scomparire a ogni svolta del cammino, lassù sulla sua collina, come una luce ostinatamente posata sull’orizzonte. Un tempo la cittadina era molto più popolata di oggi. Percorrendone le strade, non è difficile intuire ancora la prosperità dei secoli passati. Dietro le facciate gotiche o rinascimentali, le porte finemente lavorate e le case a graticcio, tutto racconta di una città che fu ricca, commerciale e animata. Alcune strade sono magnifiche.
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Eppure, dietro questo splendore permane una certa malinconia. Lauzerte sembra talvolta assopita nella propria bellezza. Basta scendere lungo la magnifica Grand Rue: qui una persiana rimane chiusa, là una splendida dimora sembra attendere da molto tempo che una finestra torni ad aprirsi. Su alcune facciate, i cartelli «In vendita» aggiungono al paesaggio una piccola nota di tristezza. La pietra racconta con splendore ciò che la cittadina fu un tempo, mentre il silenzio di alcune case ricorda quanto sia difficile mantenere viva la vita in questi antichi borghi arroccati. Bellezza e fragilità camminano qui fianco a fianco.
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In fondo alla Grand Rue, un’antica torre delle fortificazioni veglia ancora sulla cittadina. Vestigia delle mura che un tempo proteggevano Lauzerte, chiude quasi naturalmente la passeggiata nel vecchio abitato.
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Alloggi sulla Via Podiensis
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- Gîte-Chambre d’hôtes Oasis de Compostelle, 16 Route de Moissac, Lauzerte; 06 80 33 69 18/06 32 89 68 321; Gîte e Pensione, cena, colazione
- Hôtel-Restaurant du Query, Faubourg d’Auriac, Lauzerte; 05 63 94 66 36; Hotel, cena, colazione
Di anno in anno, il Cammino di Santiago si trasforma e si reinventa seguendo il ritmo delle stagioni e dei passi dei pellegrini. Alcune strutture ricettive chiudono i battenti, mentre altre, modeste o inaspettate, vedono la luce. Sarebbe quindi illusorio pretendere di stilare un elenco immutabile ed esaustivo. Questa selezione comprende esclusivamente gli alloggi situati direttamente lungo l’itinerario o a meno di un chilometro da esso. È stata aggiornata nel 2026 e non dovrebbe quindi subire cambiamenti sostanziali nei prossimi anni. Per chi desidera approfondire la ricerca, una guida rappresenta un punto di riferimento imprescindibile: Miam Miam Dodo, facilmente reperibile online. Il suo principale pregio è l’aggiornamento annuale. La guida non si limita infatti agli alloggi situati direttamente lungo il percorso, ma segnala anche strutture più distanti dal tracciato, una risorsa particolarmente preziosa quando l’affluenza dei pellegrini rende più difficile trovare un posto nelle località di tappa abituali. Vi si trova inoltre una grande quantità di informazioni pratiche: bar accoglienti, ristoranti lungo il percorso e provvidenziali panetterie, tutte soste gradite che scandiscono il viaggio. A queste risorse tradizionali si aggiunge ormai una presenza divenuta imprescindibile: Airbnb. La piattaforma si è affermata come uno dei principali riferimenti nel panorama turistico, anche nelle regioni più tranquille o economicamente meno favorite. Tuttavia, come è noto, gli indirizzi esatti non vengono mostrati immediatamente, il che richiede una certa pianificazione. Sul Cammino, trovare un letto all’ultimo momento può talvolta dipendere da un fortunato colpo di sorte. Ma la fortuna, per sua natura, non può costituire una strategia. È quindi vivamente consigliato prenotare in anticipo. Infine, al momento della prenotazione, ricordatevi di chiedere se sono disponibili la cena e la colazione. Dettagli apparentemente insignificanti, ma che possono rendere molto più piacevole una lunga giornata sul Cammino.
Se si fa un inventario della capacità ricettiva, si contano circa 100 posti letto a Montcuq e lungo il percorso prima di raggiungere Lauzerte, il che lascia supporre che molti pellegrini scelgano di fermarsi prima. A Lauzerte stessa, l’offerta si amplia ulteriormente, con quasi 135 posti letto disponibili. Se la Via Podiensis registra generalmente tra i 100 e i 200 camminatori, dopo Cahors il numero dei pellegrini tende a diminuire. Trovare un alloggio durante questa tappa non dovrebbe quindi presentare particolari difficoltà, anche se è sempre consigliabile prenotare in anticipo.
Questi itinerari attraversano territori spesso scarsamente popolati, dove negozi e altri servizi sono piuttosto limitati. I ristoranti sono rari, così come i negozi di alimentari, che spesso non sono altro che piccoli punti vendita locali dove, oltre al pane, si trovano soltanto alcuni ortaggi e prodotti lattiero-caseari. Montcuq e Lauzerte offrono invece un’ampia scelta di ristoranti e negozi dove acquistare generi alimentari. Lungo il percorso sono disponibili punti d’acqua a Rouillac e Montlauzun. Non vi sono servizi igienici pubblici. Infine, numerose aziende offrono servizi di trasporto bagagli o di trasferimento verso il punto di partenza. Tra queste, La Malle Postale rappresenta uno dei servizi di riferimento.
Sentiti libero di aggiungere commenti. Questo è spesso il modo in cui sali nella gerarchia di Google e come più pellegrini avranno accesso al sito.
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Tappa prossima : Tappa 21: Da Laauzerte a Moissac |
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