25: Lectoure a La Romieu

Nella serenità dell’abbazia di La Romieu

 

MILENA DALLA PIAZZA, DIDIER HEUMANN, ANDREAS PAPASAVVAS

 

 

Abbiamo diviso il percorso in diversi tratti, per facilitare la visibilità. Per ogni tratto, le mappe danno il percorso, le pendenze trovate sul percorso, e lo stato del GR65. I percorsi sono stati disegnati sulla piattaforma « Wikilocs ». Oggi non è più necessario andare con mappe dettagliate in tasca o in borsa. Se si dispone di un telefono cellulare o tablet, è possibile seguire facilmente il percorso in diretta.

Per questo percorso, ecco il link:

https://fr.wikiloc.com/itineraires-randonnee/de-lectoure-a-la-romieu-par-le-nouveau-gr65-55420209

Non tutti i pellegrini si sentono necessariamente a proprio agio con la lettura dei GPS o con la navigazione sul cellulare, soprattutto perché esistono ancora numerose zone senza connessione Internet. Per questo motivo, per facilitare il vostro viaggio, è disponibile su Amazon un libro dedicato alla Via Podiensis, da Cahors a St-Jean-Pied.de-Port. Molto più di una semplice guida pratica, quest’opera vi accompagna passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, offrendovi tutte le chiavi per una pianificazione serena e senza brutte sorprese. Ma oltre ai consigli utili, vi immerge nell’atmosfera incantevole del Cammino, catturando la bellezza dei paesaggi, la maestosità degli alberi e l’essenza stessa di questa avventura spirituale. Mancano solo le immagini: tutto il resto è lì per trasportarvi nel cuore dell’esperienza.

In aggiunta, abbiamo pubblicato anche un secondo libro che, con un po’ meno dettagli ma con tutte le informazioni essenziali, descrive l’intero percorso da Le Puy-en-Velay a Saint-Jean-Pied-de-Port. A voi la scelta del cammino da intraprendere..

Se vuoi vedere solo gli alloggi della tappa, vai direttamente in fondo alla pagina.

Il Gers è un’immensa distesa di campagna. Il dipartimento conta meno di 200.000 abitanti. Se a prima vista il Gers può sembrare piuttosto uniforme, in realtà comprende diverse regioni che si distinguono soprattutto per le colture agricole che vi si praticano.

Vi piacciono l’anatra o l’oca? Allora forse sapete già, più o meno, dove si trova il Gers. Se invece siete abili con la spada, degni emuli di d’Artagnan o dei Moschettieri, ricorderete anche che quei valorosi erano guasconi. Ma allora, la Guascogna è un dipartimento o qualcosa di diverso? Oggi la Guascogna non è più una regione amministrativa, bensì un’area culturale e linguistica. È un’antica provincia che si estende tra i dipartimenti del Gers, delle Landes e degli Hautes-Pyrénées, spingendosi in parte anche verso la Gironda. A caratterizzarla è soprattutto la sua identità culturale, in particolare la lingua guascone, uno dei dialetti dell’occitano. Il Gers è uno dei bastioni della Guascogna. Nell’immaginario di Alexandre Dumas, è proprio da queste terre che i celebri moschettieri partirono alla volta di Parigi. Una statua recente li raffigura in azione nei pressi della cattedrale di Condom.

Oggi attraversate dunque la Lomagne, nella regione di Lectoure, a cavallo tra il Gers e il Tarn-et-Garonne, all’estremità nordorientale della Guascogna. È una terra dalle forme arrotondate, fertile e calcarea, con ampie vallate e dolci colline. Il paesaggio è aperto, dominato dall’uniformità di vaste distese di campi, punteggiate da pochi boschetti, dove l’agricoltura intensiva procede a pieno ritmo. Le mucche sono quasi scomparse da queste campagne e i piccoli appezzamenti coltivati diventano sempre più rari. A nord dominano i cereali e le colture oleaginose, mentre a sud prendono il sopravvento i vigneti e il mais. Si coltivano soprattutto cereali, in particolare il grano (45%). Le colture oleaginose occupano il 25% della superficie agricola. Il Gers è il primo produttore francese di girasole e soia. I vigneti, compresi quelli da cui si ricava il celebre Armagnac, rappresentano appena il 5% delle terre coltivate. I prati sono poco presenti e l’allevamento di bovini e ovini è piuttosto limitato. Per le anatre bisognerà aspettare ancora un po’.

Il tratto tra Lectoure e Condom è iscritto nel Patrimonio mondiale dell’UNESCO, così come la collegiata di Saint-Pierre a La Romieu, uno dei gioielli del patrimonio locale. Il nome La Romieu deriva da “roumieu”, termine che indicava un pellegrino diretto a Roma e che, per estensione, finì per designare tutti i pellegrini. Il complesso della collegiata di Saint-Pierre è una tappa imperdibile, tanto per la sua chiesa a navata unica quanto per il chiostro e le due torri, una delle quali custodisce un passaggio segreto con una scala a doppia rivoluzione. Il villaggio medievale, costruito in gran parte sui resti dell’antica abbazia, è magnifico. Qui incontrerete anche i famosi gatti di Angéline e scoprirete la leggenda che li accompagna. Eppure, molti pellegrini saltano la tappa di La Romieu per raggiungere direttamente Condom, poiché sia la tappa da Lectoure a La Romieu sia quella da La Romieu a Condom sono piuttosto brevi. Guadagnano così un giorno, ma si perdono una vera meraviglia.

Anche qui, negli ultimi anni, il percorso è stato modificato. Sta proprio diventando un’abitudine. Un tempo il percorso scendeva lungo le mura della cittadella e raggiungeva la zona industriale prima di attraversare il Gers. Oggi, invece, attraversa il centro abitato e, una volta giunto alla sua estremità, scende lungo piccole strade fino al ponte sul Gers. Si capisce bene la volontà di evitare che il cammino attraversi la zona industriale, che non è certo particolarmente attraente. Ma così facendo si è finito per escludere dal percorso una bella parte della città. Dov’è il problema? Il fatto è che i pellegrini arrivano dal lato opposto e, se non dispongono di una guida dettagliata, non sanno che anche da questa parte delle mura ci sono luoghi interessanti da visitare. Così non ci vanno. E il giorno seguente si limitano a seguire i segnavia del GR65, ritrovandosi direttamente sul ponte che attraversa il Gers.

Difficolttà del percorso: È una giornata tranquilla, praticamente priva di difficoltà, con dislivelli modesti (+311 metri/-307 metri), quasi una passeggiata su dolcissime montagne russe. C’è ben poco da segnalare, a parte la discesa da Lectoure e alcuni attraversamenti di ruscelli dove le pendenze si fanno un po’ più accentuate.

Stato del GR65: Oggi i tratti su strada asfaltata sono più numerosi di quelli sui cammini, come spesso accade lungo il Cammino di Santiago:

 

  • Asfalto: 9.7 km
  • Cammini: 7.9 km

A volte, per motivi logistici o scelta dell’alloggio, queste tappe mescolano percorsi effettuati in giorni diversi e diverse stagioni, poiché siamo passati più volte sulla Via Podiensis. Allora, i cieli, la pioggia o gli aspetti del paesaggio possono variare. Ma, generalmente, non è così, e questo modo di fare non cambia la descrizione del corso.

È molto difficile specificare con certezza le pendenze dei percorsi indipendentemente dal sistema utilizzato.

Per “ dislivelli reali ”, rileggi l’avviso del chilometraggio nella pagina di benvenuto.

Tratto 1: Nella pianura dove scorre il Gers

Indicazione generale delle difficoltà del percorso: ripida discesa dalla cittadella in pianura, quindi senza alcuna difficoltà.

Oggi resistiamo al richiamo del nuovo GR65 che, attraversando Lectoure, conduce ormai i pellegrini verso il ponte sul Gers. Preferiamo seguire un itinerario caduto in disuso, un tratto dell’antico Cammino di Santiago che gli artefici del nuovo tracciato sembrano aver lasciato nell’oblio. Alcuni pellegrini lo avranno forse visitato il giorno precedente. Per gli altri, ci auguriamo che queste poche righe possano invogliare qualche camminatore ad abbandonare per un momento il percorso ufficiale e a riscoprire questo cammino dimenticato.

Un tempo, il GR65 lasciava Lectoure alle spalle dell’Ufficio del Turismo, allontanandosi dalle alture dell’antica cittadella per scendere, con una grazia quasi d’altri tempi, ai piedi dei suoi possenti bastioni. Era un altro modo di congedarsi dalla città, costeggiando le sue antiche mura anziché voltarle troppo in fretta le spalle.

Arroccata sul suo sperone roccioso, Lectoure fu, nel Medioevo, una delle roccaforti dei conti d’Armagnac. Nel XV secolo, quando la città passò sotto l’autorità della Corona, assunse l’aspetto di una temibile fortezza. Di quell’antica potenza militare rimangono imponenti mura, vere e proprie cinture di pietra che ancora oggi racchiudono la città alta. Al loro riparo, l’antico abitato fortificato dispiega un intricato labirinto di terrazze, vicoli stretti e scalinate nascoste. Le case sembrano aggrapparsi le une alle altre, mentre le vecchie pietre, disposte a gradoni lungo il fianco della collina, accompagnano lentamente lo sguardo verso la campagna.

Ai piedi di questi bastioni, una scalinata incassata tra alte mura conduce a uno dei segreti meglio custoditi di Lectoure: la fontana di Diana. Lontano dal viavai delle strade, questo santuario delle acque sembra vegliare da secoli su una memoria ancora più antica delle fortificazioni che lo sovrastano. Il suo nome evoca la dea della caccia, ma l’identità della divinità un tempo venerata in questo luogo rimane avvolta nel mistero. Classificata come Monumento storico, la fontana, nella sua forma attuale, risale al XIII secolo. Una sorgente generosa vi dispensa le sue acque attraverso due grandi rubinetti, prima che quelle in eccesso raggiungano un abbeveratoio raccolto ai piedi dei bastioni. In questo rifugio di pietra, l’acqua continua così la sua opera immemorabile, indifferente allo scorrere dei secoli. 

Molto prima che l’acqua corrente entrasse nelle abitazioni, questa sorgente dava vita a un piccolo mondo di artigiani, in particolare ai conciatori stabilitisi ai piedi della città. Il percorso costeggia poco dopo l’antica conceria reale, le cui mura conservano il ricordo di un’epoca in cui la lavorazione delle pelli, i mestieri legati all’acqua e l’attività delle botteghe animavano questo quartiere oggi assopito.

La discesa prosegue fino a un incrocio dominato da una grande croce di ferro, all’ombra della cittadella. Prima di allontanarsi ulteriormente, il camminatore può ancora alzare lo sguardo verso Lectoure. Lassù, la città antica sembra sfidare il tempo, saldamente ancorata al suo promontorio, con le mura che paiono prolungare la roccia e le case raccolte sotto il cielo guascone.

Un tempo, il GR65 continuava a scendere verso la zona industriale. A questo incrocio sopravvive ancora un cartello destinato ai «pellegrini smarriti». Oggi la scritta strappa un sorriso: a forza di modificare gli itinerari, non si finisce forse per disorientare proprio coloro che si pretende di guidare? In ogni caso, per ritrovare il tracciato ufficiale, i pellegrini possono imboccare la piccola strada dipartimentale D7, che li riporterà verso il ponte sul Gers. La deviazione allunga leggermente il cammino, ma offre in compenso una delle più belle vedute sulla città arroccata.

Questa variante domina inizialmente la zona industriale, i cui edifici si distendono ai piedi della città antica, prima di proseguire verso la vecchia linea ferroviaria. 

Al termine di questa strada si ritrova il tracciato attuale del Cammino di Santiago, nei pressi di una vecchia linea ferroviaria ormai scomparsa. Faceva parte di quella rete di ferrovie secondarie che un tempo collegavano le cittadine e le campagne francesi. L’epoca dei treni locali è svanita quasi ovunque, portando con sé un intero capitolo della vita rurale.

Non resta allora che seguire un breve tratto di strada per lasciarsi definitivamente alle spalle Lectoure e raggiungere le rive del Gers.

Poco lontano scorre il Gers, un fiume dal carattere mutevole, ora placido, ora impetuoso, secondo le stagioni e i capricci del cielo. Nato ai piedi degli Hautes-Pyrénées, prosegue il suo lungo vagabondare verso nord, attraverso colline e campagne, prima di mescolare le proprie acque a quelle della Garonna. Modesto per dimensioni rispetto ai grandi corsi d’acqua del paese, ha tuttavia dato il proprio nome a un intero dipartimento, quasi che questo discreto fiume fosse bastato, da solo, a incarnarne l’identità. Dal ponte che lo attraversa si possono osservare le sue acque spesso torbide, cariche della terra strappata alle colline circostanti.

Dopo alcune centinaia di metri sulla strada, un cammino si inoltra deciso sotto la volta ombrosa degli alberi. Si entra in un universo a parte, un rifugio vegetale dove le fronde si intrecciano, i cespugli si contendono ogni minimo spazio e il sentiero sembra talvolta esitare prima di proseguire.

Qui regna una frescura umida, alimentata da una vegetazione così rigogliosa da evocare, in alcuni punti, un frammento di foresta primordiale dimenticato nel cuore della Guascogna. Il terreno, impregnato d’acqua, rivela la natura paludosa e soggetta alle inondazioni di questi luoghi. È il regno appartato del ruscello di Garbeau, un piccolo corso d’acqua dall’indole errabonda che, anziché lasciarsi costringere in un alveo ben definito, disperde le proprie acque attraverso le terre basse. Si insinua tra le radici, impregna gli avvallamenti del terreno e alimenta quell’umidità persistente che conferisce al sottobosco un carattere quasi impenetrabile.

In questa solitudine umida si nasconde un’antica testimonianza del passaggio degli uomini: il Petit-Pont-de-Pile. Questo vecchio ponte, costruito con blocchi irregolari di pietra calcarea, permetteva un tempo di attraversare le acque capricciose del Garbeau. La sua età rimane incerta, così come il tracciato esatto dei cammini che un tempo conducevano i viaggiatori fino alle sue arcate. Si possono immaginare i pellegrini di un tempo avventurarsi in queste terre fradice, alla ricerca di un passaggio sicuro, ma la storia ci ha lasciato soltanto indizi sparsi. Da allora, il piccolo ponte ha subito gli assalti di un restauro radicale: murato e profondamente rimaneggiato, sfoggia ormai una giovinezza quasi insolente. Le vecchie pietre hanno perduto quella patina che, fino a pochi anni fa, costituiva tutto il fascino della costruzione. Peccato! Ma il tempo, artigiano ben più paziente degli uomini, finirà certamente per restituirgli qualche ruga e un po’ della sua antica dignità.

In questi boschi, dove l’umidità trasuda dalla terra argillosa e l’acqua sembra dormire sotto ogni ciuffo d’erba, le querce hanno rinunciato al loro dominio. Altre specie arboree si dividono questo regno intriso d’acqua: aceri, carpini e frassini intrecciano i loro rami sopra un groviglio di cespugli, mentre qualche castagno si avventura in questa profusione vegetale. Tutto qui respira l’abbondanza un po’ disordinata delle foreste umide, dove la natura sembra obbedire soltanto alle proprie leggi.

Ma gli incanti di questa specie di giungla hanno i loro limiti. Il camminatore ha appena cominciato a lasciarsi conquistare dalla strana bellezza del luogo, quando un esercito di zanzare, tanto voraci quanto instancabili, si incarica di ricordargli che non è solo in questo regno. Da quel momento, un unico desiderio anima il pellegrino: ritrovare al più presto la luce del giorno. Le paludi hanno certamente il loro fascino, ma sanno anche farlo pagare.

Uscendo dal labirinto umido e ombroso delle paludi, il GR65 ritrova la strada dipartimentale.

Una piccola strada asfaltata, con il manto un po’ malridotto dal passare degli anni, conduce allora il pellegrino attraverso la campagna guascone. È finita l’intimità soffocante del sottobosco: ecco di nuovo il cielo immenso, le terre coltivate e quella tranquilla solitudine in cui lo sguardo può vagare senza incontrare ostacoli. 

La salita, priva di particolari asperità, segue le dolci ondulazioni del terreno, tra campi di girasoli e coltivazioni di cereali.  

Di tanto in tanto, una fattoria solitaria emerge da questo mare di coltivazioni, come un’isola di vita posata in mezzo alle terre arate. Le abitazioni si fanno rare in questa campagna largamente aperta al cielo. 

In cima a questa modesta salita appare finalmente il paesino di Hausset, un piccolo gruppo di case raccolte sulle alture. Qualche fiore rallegra le facciate, spargendo tocchi di colore sulla sobrietà delle vecchie pietre, dove la vita sembra scorrere lontano dal tumulto del mondo. 

Il GR65 abbandona allora l’asfalto per la terra battuta di un cammino che sale dolcemente verso la sommità di una collina rivestita di erba tenera. 

Là, accanto a un lago dall’aspetto etereo, le cui acque si tingono di verde, aleggia il mistero sull’origine di questi specchi d’acqua, naturali oppure creati dall’uomo.  

Man mano che la pendenza aumenta, il sentiero si apre un varco tra i campi di girasoli, soia e cereali, dove pioppi e frassini si ergono come sentinelle. 

Le fitte siepi cedono presto il posto a una strada sterrata, difficile da percorrere e che spesso conduce a fattorie isolate, frammenti solitari nell’immensità della campagna. 

Tratto 2: Tra il grano, i cereali e i girasoli sulla collina

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso privo di qualsiasi difficoltà. 

La strada sterrata riprende allora a salire con rinnovato vigore, sotto la volta protettiva delle querce, dei frassini e degli aceri. Le loro chiome intrecciate dispensano un’ombra benefica, mentre la salita, ora più sostenuta, conduce poco a poco verso il paesino di Espazot, raccolto nel cuore della campagna. 

Le case, costruite con grossi blocchi irregolari di calcare chiaro, portano sulle facciate i segni di una lunga storia. Alcune sembrano assopite in una solitudine che nulla viene a turbare, quasi che la vita che un tempo le animava si fosse lentamente ritirata, affidando alle vecchie pietre il compito di custodirne la memoria. Ci si fermerebbe volentieri qui per far abbeverare il proprio asino, prima di riprendere i polverosi cammini.  

Quante anime abitano ancora queste dimore silenziose? Difficile dirlo. Eppure, qualche persiana socchiusa lascia intuire una presenza dietro gli spessi muri, un po’ di vita tenace in uno scenario che si direbbe quasi abbandonato. A volte basta una finestra aperta, un segno discreto della vita quotidiana, per restituire a questi paesini addormentati tutta la loro umanità. 

Oltre le ultime case, la strada riprende la sua tranquilla ascesa attraverso una campagna i cui campi sembrano non avere né inizio né fine. A tratti, il nastro d’asfalto corre diritto davanti a sé, con una rettilineità quasi insolente, tra distese coltivate dove nessuna figura viene a turbare la solitudine. 

I cereali regnano sovrani su queste terre generose, condividendo il loro dominio con i girasoli e i campi di soia. Secondo le stagioni, qualche appezzamento di vigneto, di barbabietole o di fave viene a interrompere questo vasto mosaico agricolo. Il mais, così familiare in altre campagne del Sud-Ovest, qui si fa più discreto. 

Nel corso di questa traversata delle terre coltivate, il pellegrino passa davanti alla fattoria di Marides, che un tempo offriva alloggio ai pellegrini di passaggio. 

Più in alto, la pendenza si addolcisce ulteriormente, fino a diventare quasi impercettibile. Ma non c’è un albero, o quasi, a interrompere la nudità di questa campagna interamente consacrata alle coltivazioni. A perdita d’occhio si susseguono campi di girasoli, distese di cereali e qualche terreno lasciato a riposo. Sotto l’immensa volta del cielo guascone, il paesaggio sembra aver rinunciato a ogni fantasia, affidando soltanto alle ondulazioni del terreno il compito di spezzarne la monotonia. 

Più avanti, sulla sommità della collina, Marsolan appare finalmente all’orizzonte. La sagoma del villaggio si delinea sulle alture, dominata dalla guglia della sua chiesa, protesa verso il cielo in mezzo a questo oceano di coltivazioni. Al bivio di Verduzan, la strada inizia una dolce discesa, insinuandosi tra i campi i cui solchi seguono le tranquille ondulazioni della terra. 

Ma questa discesa non è che una breve concessione del rilievo. Ben presto, la strada ritrova il terreno pianeggiante e riprende la sua lunga traversata delle terre coltivate. Forse scorgerete qualche appezzamento di favino, una pianta foraggera di cui il bestiame si nutre volentieri. Sempre che si riesca a incontrare una mucca! Qui non c’è nemmeno l’ombra di una mandria ad animare i pascoli, del resto quasi inesistenti. 

Un incrocio viene finalmente a interrompere il lungo rettilineo della strada. Marsolan dista ormai poco più di un chilometro, sempre diritto davanti a voi, mentre le strade secondarie si diramano verso alcune fattorie isolate, disseminate sui fianchi delle colline. In questa campagna scarsamente abitata, ogni bivio sembra condurre a qualche tenuta agricola sperduta in mezzo alle coltivazioni, lontano dai villaggi. 

La strada prosegue imperturbabile il suo percorso fino alla Croix de Justice, a poca distanza da Marsolan. Qui si erge una bella croce di pietra, il cui nome risveglia il ricordo di una giustizia che un tempo veniva amministrata all’aperto. Quale San Luigi di provincia veniva dunque a sedersi qui, all’ombra di una quercia, per dirimere le controversie dei suoi sudditi? La storia tace, lasciando libero corso all’immaginazione. Oggi le sentenze hanno ceduto il posto alle provviste tirate fuori dagli zaini: il luogo accoglie anche gli escursionisti che si fermano per un picnic, trovando accanto alla vecchia croce un gradito punto di sosta. 

Ma i progettisti del GR65 hanno deciso diversamente: anziché proseguire sull’asfalto fino al villaggio, invitano il pellegrino a ritrovare la terra dei cammini. La segnaletica conduce allora su una pista erbosa, aperta tra le coltivazioni, dove i passi ritrovano un terreno più accogliente. Belle siepi di frassini accompagnano a tratti il cammino, mescolando il loro fogliame a quello di alcune querce stentate, modeste superstiti in questa campagna che l’agricoltura ha quasi completamente privato dei suoi alberi. 

I girasoli continuano a contendersi il terreno con i cereali, in questo mosaico di coltivazioni che sembra rinnovarsi senza mai cambiare volto. Il cammino costeggia ben presto un vasto complesso agricolo, dove gli edifici della fattoria sorgono accanto a grandi capannoni destinati a custodire i raccolti e i macchinari. 

A tratti, il cammino si insinua sotto la copertura di modesti boschetti, ritrovando per qualche istante la frescura del fogliame e l’intimità del sottobosco. Ma questi rifugi di verde durano poco. Si è appena assaporata la loro ombra che l’orizzonte si apre nuovamente sull’immensità dei campi, quasi che nulla potesse sottrarre a lungo il camminatore al dominio di questa campagna senza fine. 

Le croci lungo i cammini, così familiari nelle terre più settentrionali del pellegrinaggio, qui si fanno più rare, innalzando qua e là la loro sagoma solitaria ai margini delle coltivazioni. Una di esse, tuttavia, desta la curiosità: scolpita nel granito, una pietra estranea a queste contrade calcaree, sembra provenire da un altro paese. Per quale cammino, attraverso quali faticosi trasporti, questo blocco di roccia è giunto fin qui, nella campagna guascone?   

A volte i campi assumono proporzioni così smisurate da sembrare perdersi nel cielo, senza che una siepe, un albero o una casa vengano a segnarne i confini. Il pensiero corre allora alle grandi solitudini della Meseta spagnola, quel mare di terre coltivate che i pellegrini attraversano lungo la strada che conduce a Santiago. Stessa nudità, stesso orizzonte sfuggente, stessa impressione di camminare in mezzo a un mondo interamente abbandonato ai capricci del cielo. Davanti a una simile abbondanza di cereali e piante oleaginose, viene da pensare che in queste terre il pane e l’olio non debbano certo mancare. 

Al termine di questa lunga traversata di un oceano di cereali e piante oleaginose, il cammino finisce per raggiungere i pressi di una piccola strada. Il nastro di terra lascia il posto all’asfalto, mentre le coltivazioni, indifferenti ai cambiamenti d’itinerario, continuano a distendere le loro vaste superfici fino ai limiti dello sguardo. 

Tratto 3: Sosta a Marsolan, un piccolo villaggio tranquillo e ricco di carattere

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: discesa ripida verso il ruscello dell’Auchie, seguita da una salita pronunciata verso Cauboue.

Piatta come il palmo di una mano, la strada prosegue senza la minima fantasia, conducendo inesorabilmente il pellegrino verso un piccolo quartiere residenziale di case moderne. Dopo la lunga solitudine delle terre coltivate, queste abitazioni ben ordinate annunciano il ritorno alla civiltà. Il contrasto è quasi sorprendente, dopo tanti campi abbandonati al cielo e al vento. 

Davanti a voi, il campanile di Marsolan si delinea poco a poco con maggiore nitidezza, ma con quella lentezza ingannevole degli orizzonti che sembrano allontanarsi man mano che ci si avvicina. Già da tempo la sua sagoma accompagna i passi del camminatore, innalzandosi sopra le coltivazioni come un faro in mezzo a un oceano di cereali. 

La strada raggiunge ben presto il cuore di Marsolan, dove una nuova croce accoglie il passante. Questa, sobriamente lavorata in ferro battuto, non ha nulla di ostentato. 

La chiesa di “Notre-Dame du Rosaire,” edificata nel XVI secolo e successivamente arricchita di ornamenti rococò, costituisce il principale gioiello del villaggio. Il suo campanile a torre, saldamente piantato su una lieve altura, domina i tetti circostanti con tranquilla maestosità. Grandi cedri gli fanno compagnia, mentre generosi platani dispensano la loro ombra nei pressi dell’edificio. 

Come tanti villaggi di questa Guascogna dedita da secoli ai lavori della terra, anche Marsolan possiede il suo tradizionale mercato coperto del grano. L’edificio, che non ha nulla da invidiare a quelli dei borghi vicini, ricorda i tempi in cui i raccolti venivano contrattati al riparo di queste grandi strutture e la vita delle campagne pulsava al ritmo dei mercati. Nei pressi della chiesa, un locale che offre diversi servizi perpetua, a modo suo, questa antica vocazione di luogo d’incontro. Abitanti e pellegrini possono trovarvi qualcosa da mangiare, fare provviste o semplicemente concedersi una sosta. In questi villaggi, dove i negozi diventano talvolta rari quanto i passanti, un indirizzo del genere assume presto il valore di una piccola provvidenza. 

La stradina che attraversa il villaggio rivela una successione di case dalle facciate accuratamente stuccate, le cui vecchie pietre portano ancora i segni del tempo. Alcune hanno conservato quella tranquilla austerità delle dimore rurali, dove la bellezza fa volentieri a meno degli ornamenti. Dietro l’angolo di un vicolo si nasconde tuttavia un indirizzo inatteso: un albergo di charme, insignito di quattro stelle, che coltiva un’eleganza discreta in mezzo a queste modeste abitazioni. Che strano contrasto tra il lusso ovattato di questo rifugio e la semplicità delle case vicine!  

All’uscita del villaggio, il rilievo richiama bruscamente il camminatore alla realtà. La strada precipita con una pendenza superiore al 15%, su un asfalto malridotto, sconnesso dagli anni e dalle intemperie. La discesa non ha più nulla di una passeggiata spensierata. Marsolan si allontana già sulle alture, mentre la strada scende senza riguardi verso il fondo della valletta.  

La discesa prosegue fino al fondo di una valletta appartata, dove la strada incrocia una dipartimentale prima di ritrovare un paesaggio più raccolto. Dopo i vasti orizzonti dei campi di cereali, ecco nuovamente il regno degli alberi. Grandi querce dispiegano le loro chiome, accompagnate da vigorosi frassini e vecchi aceri. 

Dopo i vasti orizzonti dei campi di cereali, ecco nuovamente il regno degli alberi. Grandi querce dispiegano le loro chiome, accompagnate da vigorosi frassini e vecchi acerii. 

Nel punto più basso di questo avvallamento scorre il modesto ruscello dell’Auchie, così discreto che bisogna quasi cercarlo per intuirne la presenza. Le sue acque scure si insinuano sotto l’erba alta, al riparo dagli sguardi. 

Il percorso segue ancora la strada per alcune centinaia di metri, prolungando questa breve traversata della valletta. 

Sul versante opposto, il GR65 abbandona ancora una volta l’asfalto per imboccare un cammino erboso. È una di quelle transizioni familiari al pellegrino, quando la strada civilizzata lascia il posto a una semplice traccia aperta nella vegetazione. Il paesaggio cambia allora volto: le curve del terreno si delineano più nettamente e le coltivazioni tornano a impossessarsi delle colline. 

Ma la campagna non tarda a esigere il suo tributo di fatica. La pendenza si accentua fino a sfiorare il 15%, imponendo alle gambe uno sforzo ben più serio delle lunghe traversate dell’altopiano. Intorno al camminatore, i cereali e le colture oleaginose continuano a distendersi all’infinito, senza grandi fantasie che possano distrarre dalla salita. Per fortuna, qualche siepe viene a interrompere questa uniformità. Prugni selvatici e noci vi mescolano le loro fronde, offrendo, nella bella stagione, i propri frutti a chi sa riconoscerli. Piccoli doni di una natura che, anche in mezzo alle terre interamente consacrate alle coltivazioni, conserva talvolta il gusto della generosità. 

Man mano che si guadagna quota, la salita assume un carattere ancora più rustico. Tra le erbe selvatiche compaiono gradini rudimentali scavati nella terra, che aiutano il camminatore a superare i passaggi più ripidi. Poi, lungo questa ascesa, un piccolo specchio d’acqua viene improvvisamente a interrompere il dominio dei campi. Raccolto in una piega del terreno, un modesto lago offre allo sguardo una parentesi inattesa, un po’ di frescura e di varietà in questo paesaggio dove le coltivazioni sembravano destinate a regnare incontrastate. 

Forse questo bacino deve la propria esistenza alla previdenza degli agricoltori, desiderosi di disporre di una riserva d’acqua per le necessità delle loro terre. In queste campagne, dove l’attività umana ha da tempo modellato ogni minima ondulazione del terreno, è talvolta difficile distinguere ciò che la natura ha creato da ciò che gli uomini hanno pazientemente sistemato.

Il cammino si avventura poi su un terreno sabbioso, profondamente solcato dal passaggio dei camminatori e dalle intemperie, sotto la rada protezione degli aceri e delle querce. 

Ma questa parentesi boscosa dura ben poco. Presto il sentiero riemerge tra l’erba, in mezzo a vaste distese di cereali e girasoli che si susseguono fino ai confini dell’orizzonte. L’immensità evoca, ancora una volta, le grandi solitudini della Meseta spagnola, lungo la strada di Santiago. Eppure, a osservare meglio, la somiglianza finisce qui. Nelle pianure castigliane, gli alberi sono spesso scomparsi sotto la mano dei coltivatori, lasciando il pellegrino solo di fronte al cielo e alla nudità dei campi. Qui, invece, i contadini guasconi hanno risparmiato qualche superstite: querce e frassini si ergono ancora ai confini delle proprietà, come pacifiche sentinelle. 

Il cammino prosegue allora la sua ascesa verso la linea di cresta. La pendenza si addolcisce poco a poco, mentre gli orizzonti si allargano e le coltivazioni, disposte a diversi livelli sui fianchi delle colline, accompagnano gli ultimi sforzi del camminatore. 

In cima, il GR65 ritrova l’asfalto e sfiora il piccolo paesino di Cauboue, sperduto in mezzo a una campagna il cui volto cambia ben poco. Dovrete farci l’abitudine: questa ostinata ripetizione delle coltivazioni accompagnerà i vostri passi ancora per una buona decina di giorni. A forza di contemplare gli stessi orizzonti, forse finirete per riconoscere le piante al primo sguardo, distinguere le sfumature dei raccolti e scoprire un interesse insospettato per le sottigliezze dell’agricoltura guascone. 

Dopo un breve incontro con l’asfalto, il GR65 torna ai cammini di terra, ritrovando quella libertà di vagabondare che le strade asfaltate sembrano negargli. Si inoltra in una dolce discesa attraverso una campagna sempre altrettanto vasta, sempre altrettanto generosa di orizzonti. Giovani aceri fiancheggiano il passaggio, esili sentinelle verdi le cui fronde accompagnano i passi del pellegrino. Oltre questa modesta scorta, i campi dispiegano la loro consueta immensità, in un paesaggio dove lo sguardo può correre liberamente, senza mai incontrare veri confini. . 

Ma la discesa è soltanto una breve parentesi. Dopo aver attraversato i campi, il cammino riprende a salire per riconquistare l’altopiano, costeggiando siepi di latifoglie che disegnano sottili confini tra le proprietà. Qui i girasoli hanno indossato i loro abiti di festa. Eppure, questo mare dorato non ha nulla di eterno. L’anno prossimo, secondo le rotazioni agricole, il grano o qualche altra coltura avrà forse preso possesso di questi luoghi. Così va la campagna guascone, sempre uguale a prima vista, ma capace di cambiare discretamente veste con il passare delle stagioni e degli anni. 

Tratto 4: Passeggiata tra i campi

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso senza grandi difficoltà, ma con alcune pendenze.

Più avanti, la campagna abbandona improvvisamente il suo aspetto di terra generosa e nutrice per mostrare un volto decisamente meno accogliente. Il percorso, fino a quel momento prodigo di orizzonti campestri, costeggia una discarica a cielo aperto, un triste ammasso di cianfrusaglie dove si accumulano fasci di stoppie, residui dei raccolti e vecchi pneumatici di camion, condannati a concludere qui la loro esistenza di gomma. Un singolare cimitero, dove gli scarti dell’attività umana sembrano aver trovato la loro ultima dimora, a dispetto della bellezza delle campagne circostanti. 

Poco più avanti, alcuni cassoni per i rifiuti, non certo più attraenti, prolungano questo spettacolo poco edificante. Bisogna proprio credere che l’uomo, tanto abile nel ricavare dalla terra le sue ricchezze, si mostri talvolta meno sollecito nel dimostrarle la propria riconoscenza. 

La strada prosegue ben presto in direzione di Castelnau-sur-l’Auvignon, villaggio ancora lontano, la cui scoperta è riservata alla giornata successiva. 

Fortunatamente, il piccolo paesino di Batsurguère riconcilia presto lo sguardo con la campagna. Alcune case si raccolgono in una vegetazione rigogliosa, nei pressi di un vecchio pozzo le cui pietre sembrano custodire il ricordo delle generazioni passate. Un piccolo stagno aggiunge una nota di frescura a questo insieme tranquillo. 

Oltre le ultime case, la strada ritrova l’universo familiare dei cereali e dei girasoli. Le coltivazioni tornano a impossessarsi dell’orizzonte, distendendo i loro vasti appezzamenti ai due lati dell’asfalto. 

La strada raggiunge ben presto un bivio, nei pressi della cappella di Abrin. Edificata nell’XI secolo, questa antica tappa spirituale era un tempo affiancata da una locanda frequentata dai cavalieri di Malta, lungo la strada che collegava Le Puy a Rocamadour. Successivamente restaurata, ma ormai sconsacrata e divenuta proprietà privata, rimane una discreta testimonianza di quei tempi in cui i cammini di pellegrinaggio erano disseminati di luoghi di accoglienza e di preghiera.

È qui che il camminatore si trova davanti a una scelta tutt’altro che insignificante. Proseguendo diritto, la strada permette di continuare verso Condom; a destra, il GR65 invita invece a raggiungere La Romieu. La segnaletica non lascia molti dubbi sulla direzione consigliata: conduce i pellegrini verso La Romieu, senza nemmeno prendersi la briga di indicare l’altra possibilità. Eppure, quanti scelgono di tirare diritto! Un giorno di cammino guadagnato, a quanto pare. Ma guadagnato su che cosa? Sull’eternità? Su quelle poche settimane sottratte alla vita quotidiana per camminare verso Santiago? Strana fretta quella di questi viaggiatori che, partiti per prendersi il loro tempo, sembrano talvolta avere un’unica idea in testa: arrivare il più presto possibile. Perché La Romieu merita certamente di meglio che essere sacrificata sull’altare della fretta. C’è una certa ironia nell’attraversare mezza Europa a piedi per finire poi a misurare il proprio viaggio in base al numero di giorni risparmiati. .   

Sul GR65, un ampio cammino sterrato si inoltra in una tranquilla discesa attraverso le coltivazioni, seguendo le dolci ondulazioni del terreno fino al fondo di una modesta valletta.  

Sul fondo della valletta, due piccoli stagni interrompono l’interminabile successione dei campi. Raccolti sotto le generose chiome delle querce, degli aceri e dei frassini, offrono allo sguardo le loro acque tranquille, al riparo dai vasti orizzonti agricoli. Tra questi due specchi di verde serpeggia il discreto ruscello di Perdeillan, un modesto collegamento naturale che regala a questo angolo di campagna alberata una gradita frescura. Qui l’acqua e gli alberi sembrano essersi dati appuntamento per offrire al pellegrino una parentesi di dolcezza, lontano dalla monotonia delle grandi coltivazioni. 

Dall’altra parte della valletta, il cammino riprende dolcemente a salire, senza imporre alle gambe sforzi troppo impegnativi. Oggi attraversa una profusione di girasoli. 

Ma non bisogna credere che questo paesaggio sia immutabile. In questa campagna interamente consacrata ai lavori della terra, i colori cambiano secondo le stagioni e le rotazioni agricole. Là dove oggi i girasoli dispiegano il loro splendore solare, l’anno prossimo regnerà forse il grano, stendendo sulle colline le sue lunghe chiome bionde, destinate alle mietitrebbie. Gli amanti delle grandi distese di cereali troveranno allora pane per i loro denti. Così va il Gers, che cambia abito senza mai rinunciare al suo carattere profondamente agricolo. Da un anno all’altro, le coltivazioni si succedono e i colori si spostano. 

Qui la pendenza si fa più impegnativa, richiedendo al camminatore uno sforzo sostenuto. Ma ecco che il paesaggio, fino a quel momento ostinatamente fedele ai suoi orizzonti agricoli, annuncia un cambiamento inatteso. Davanti, una foresta comincia a delineare le sue prime chiome. 

È quasi una rivoluzione nell’ordine di questa campagna guascone, dove le coltivazioni sembravano aver definitivamente preso il sopravvento sugli alberi. Ora il cammino esita tra due mondi, ora indugiando allo scoperto tra i campi, ora insinuandosi nella frescura del sottobosco. 

Lunghe file di aceri accompagnano questa successione di radure e passaggi boscosi. Fedeli compagni dei cammini guasconi, innalzano le loro sagome lungo gli appezzamenti, quasi a ricordare che gli alberi non hanno del tutto rinunciato ai propri diritti in questo regno di coltivazioni. 

Più avanti, il GR65 si addentra nel “Bois de la Ville”, un vasto territorio forestale dove querce e aceri tornano finalmente a impossessarsi del paesaggio. Gli alberi innalzano i loro tronchi slanciati, spesso privi dei rami più bassi, lasciando che lo sguardo circoli abbastanza liberamente sotto la volta del fogliame. Questa singolare nudità del sottobosco potrebbe non essere estranea alle pratiche venatorie della regione. Perché qui, nel Sud-Ovest, la foresta non è soltanto il regno degli alberi: è anche quello dei colombacci, questi piccioni selvatici migratori la cui carne è tenuta in grande considerazione e il cui passaggio autunnale suscita, da generazioni, un autentico fervore popolare. 

Si parla di oltre centomila appassionati della caccia al colombaccio nel Sud-Ovest, una cifra che dà la misura di questa passione profondamente radicata nelle tradizioni locali. Perciò, quando scorgerete nei boschi strane strutture fatte di assi, rami o reti, non immaginate di aver scoperto qualche osservatorio per ornitologi, e nemmeno un rifugio generosamente allestito per i pellegrini stanchi. Siete semplicemente entrati nel territorio dei cacciatori di colombacci. Le “palombières”, le tradizionali postazioni per la caccia al colombaccio, costituiscono un piccolo universo di ingegnosità forestale. Alcune sono appollaiate sugli alberi, veri e propri posti di osservazione nascosti tra le fronde; altre dispongono di strutture a terra, talvolta collegate da passaggi accuratamente mimetizzati. Da questi rifugi, i cacciatori scrutano il cielo, aspettando l’arrivo degli stormi migratori. Con l’aiuto di richiami vivi, esche e diversi stratagemmi pazientemente perfezionati, cercano di deviare gli uccelli dalla loro strada, di farli scendere verso gli alberi e poi, in alcune installazioni, fino al suolo, dove le reti permettono di catturarli vivi. Altrove, è il fucile a porre fine al viaggio. Il colombaccio, nonostante la sua reputazione di viaggiatore avveduto, si lascia talvolta ingannare da queste messinscene sapientemente orchestrate. Un suo simile che sembra posarsi tranquillamente, qualche movimento abilmente provocato tra i rami, ed ecco che lo stormo esita, rallenta e infine si lascia attirare verso la trappola. Un uccello catturato vivo può peraltro raggiungere un valore superiore a quello del suo sfortunato compagno destinato alla cucina. Ma la caccia al colombaccio non si riduce a una semplice questione di prede. È anche un rituale collettivo, una passione che riunisce intere squadre attorno alle capanne forestali, con le sue usanze, le sue abitudini e le sue regole, talvolta gelosamente difese.

Un altro metodo, più rudimentale, ricorre alla “talenquière”, un riparo di legno e fogliame sistemato nei punti favorevoli al passaggio degli uccelli. Non scambiate dunque queste modeste costruzioni per luoghi di sosta destinati ai camminatori: servono a nascondere i cacciatori, che attendono dietro il loro schermo vegetale il passaggio degli stormi per aprire il fuoco. Questa pratica, basata sul tiro al passaggio, segue usanze proprie e non ricorre ai richiami utilizzati in alcune “palombières”. Perché, per quanto possa sembrare sorprendente ai profani, questo mondo di cacciatori possiede le sue tradizioni, i suoi codici e una certa idea dell’onore sportivo. Non si caccia ovunque nello stesso modo, e i procedimenti ammessi in una tecnica possono essere vietati in un’altra. In fondo, il colombaccio non è soltanto una preda: è diventato, in questa parte della Guascogna, il pretesto per un’intera arte di vivere, in cui si mescolano pazienza, abilità, cameratismo e qualche astuzia di cui gli uccelli fanno, loro malgrado, le spese. 

Ai margini della foresta, gli alberi ritrovano il loro generoso manto di foglie. Anche la campagna riprende le sue abitudini: oltre le ultime chiome, i cereali tornano a impossessarsi delle terre, distendendo fino all’orizzonte le loro familiari distese. 

Il GR65 riprende allora il filo di un cammino erboso, insinuandosi tra le siepi e i margini del sottobosco. La pendenza, lieve, accompagna i passi senza richiedere alcuno sforzo particolare.  

Tratto 5: Verso La Romieu, un altro splendido dono del Medioevo

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso privo di difficoltà.

Più in alto, il GR65 ritrova una strada che attraversa la campagna quasi in piano, costeggiando i margini del sottobosco. Dopo le deviazioni forestali, l’asfalto impone nuovamente la sua tranquilla regolarità, mentre gli orizzonti si aprono su una campagna meno austera, dove gli alberi cominciano a riconquistare uno spazio che le grandi coltivazioni avevano a lungo conteso loro. 

Poco a poco, le sagome degli alberi da frutto si delineano più nettamente all’orizzonte. Le loro chiome annunciano un altro volto della Guascogna, più verdeggiante, più curato, quasi un grande giardino.  

Il GR65 raggiunge ben presto i dintorni della località Le Double, nei pressi di Moncade, in una campagna ormai punteggiata di frutteti e proprietà agricole. 

A due passi dalla strada si trova il magnifico ostello di Beausoleil, che merita senz’altro una piccola deviazione dal percorso. Se desiderate contemplare filari di susini allineati come soldati durante una parata, è proprio qui che dovete venire. Gli alberi si dispongono in lunghe file impeccabili, con una disciplina che farebbe impallidire d’invidia qualche generale d’armata. Qui si coltivano le prugne e si pratica l’essiccazione dei frutti, perpetuando così la tradizione delle celebri prugne secche di Agen, la cui fama ha da tempo superato i confini della regione. È sempre qui che si trova il più grande ostello dei dintorni di La Romieu, una sosta ideale per i pellegrini desiderosi di assaporare l’ospitalità guascone in mezzo ai frutteti. 

Poco dopo, l’asfalto lascia il posto a un ampio cammino di terra battuta, cosparso di ghiaia, che si inoltra deciso tra le piantagioni di alberi da frutto. 

In lontananza, al di sopra dei frutteti, si profila finalmente il campanile della collegiata di La Romieu. Atteso da tempo, emerge dalla campagna come il primo segno di questo antico abitato di pietra, la cui fama accompagna da secoli i cammini di pellegrinaggio. 

In questa campagna piacevolmente alberata, il cammino ritrova ben presto l’asfalto e passa davanti ai “Jardins de Coursiana”, il cui notevole arboreto attira numerosi visitatori desiderosi di scoprire le ricchezze botaniche di questa tenuta.

Un ampio viale conduce allora verso il villaggio, sotto la protezione di magnifici carpini che dispiegano sopra il passaggio le loro generose chiome. Per una volta, questi alberi non si accontentano di formare una semplice siepe bassa: hanno raggiunto tutta la loro imponenza, offrendo al camminatore un autentico viale verdeggiante, quasi che la natura stessa avesse voluto preparare un ingresso suggestivo alle porte di La Romieu. 

Due incantevoli laghetti rallegrano ancora i dintorni del villaggio. La Romieu sembra così farsi desiderare, moltiplicando le bellezze del paesaggio prima di svelare il suo tesoro più prezioso. 

Ed ecco che, all’improvviso, la collegiata appare in tutta la sua maestosità. Le sue alte mura, le torri imponenti e le pietre segnate dai secoli dominano il villaggio con tranquilla autorevolezza. Dopo le modeste chiese rurali incontrate nel corso delle tappe, ecco un edificio di tutt’altra grandezza, testimone di un’epoca in cui la fede, il potere e l’ambizione dei costruttori sapevano dare vita a monumenti di tale imponenza. 

A La Romieu, i secoli sembrano essersi stabiliti per non andarsene mai più. Il villaggio, che conta appena 570 anime, possiede quella grazia particolare dei luoghi in cui la storia si è depositata pietra dopo pietra, senza mai cancellare del tutto le tracce del proprio passaggio. Al di sopra dei tetti regna la straordinaria collegiata di Saint-Pierre, capolavoro gotico del XIV secolo, classificata tra i Monumenti storici. Le sue alte mura e le torri maestose ricordano che, in quei tempi lontani, la fede sapeva circondarsi di un’architettura tanto ambiziosa quanto destinata a durare. In questo modesto centro abitato, l’edificio sembra quasi sproporzionato, come se i costruttori avessero voluto conferire a questo angolo di paese una grandezza che le sue dimensioni non lasciavano certo presagire.

Perché La Romieu è grande quanto un fazzoletto. Bastano pochi vicoli per girarla tutta, ma ognuno riserva la propria parte di vecchie pietre e facciate segnate dai secoli. Le case si stringono le une alle altre, componendo un insieme di notevole armonia architettonica. Alcune hanno persino ricavato dalle rovine delle antiche mura i materiali necessari alla propria costruzione, offrendo così alle pietre dei bastioni una seconda vita nei muri delle abitazioni. 

Nel cuore di questo piccolo labirinto di vicoli si apre la piazza centrale, un vero e proprio salotto a cielo aperto dove si concentra gran parte della vita del villaggio. Negozi, ristoranti e ostelli si affiancano, accogliendo tanto gli abitanti quanto i pellegrini di passaggio. 

Il chiostro, probabilmente costruito dopo la chiesa, possedeva in origine due piani, le cui strutture superiori in legno andarono distrutte nell’incendio appiccato dai protestanti nel 1569, durante le guerre di religione. Di questa architettura mutilata rimangono le gallerie in pietra e i loro capitelli scolpiti, ornati di fogliame e piccole figure. Certo, non raggiungono la finezza né la straordinaria ricchezza di quelli di Moissac, ma proprio la loro semplicità possiede un fascino discreto.

La collegiata e l’intero complesso monumentale devono la loro esistenza ad Arnaud d’Aux, figlio di questa terra destinato a una sorte tutt’altro che comune. Investito di responsabilità nelle vicende dei Templari, raggiunse la dignità cardinalizia e volle dotare il proprio villaggio natale di un complesso religioso degno del suo rango. Alla collegiata affiancò un palazzo destinato a ospitare i propri appartamenti e quelli del suo seguito. Ma i secoli, meno rispettosi dei costruttori, si incaricarono di disfarne poco a poco lo splendore. Provato dalle guerre, il palazzo perse progressivamente la sua grandezza originaria. Venduto come bene nazionale durante la Rivoluzione francese, finì in gran parte nelle mani dei demolitori, che vi trovarono una comoda cava di pietre a buon mercato. Eppure, non tutto scomparve: dietro la collegiata, alcuni muri delle abitazioni attuali conservano ancora i resti di questa dimora cardinalizia. Così le pietre del palazzo continuano, sotto altri tetti, un’esistenza che il loro illustre fondatore non avrebbe certo mai immaginato. 

Il chiostro ospita oggi una sorta di piccolo museo lapidario, dove sarcofagi, frammenti scolpiti e antiche pietre convivono in un’atmosfera di raccoglimento. Vi si passeggia come tra le pagine sparse di un libro di storia, in mezzo alle vestigia che il tempo ha voluto risparmiare. 

All’interno, la collegiata rivela una magnificenza del tutto diversa. Sotto le alte volte, lo sguardo si solleva verso le pitture che dispiegano i loro colori al di sopra dei fedeli. Questi affreschi, autentici racconti affidati alla pietra e agli intonaci, conferiscono all’edificio una ricchezza inattesa. 

Se il palazzo è quasi interamente scomparso, assorbito nel corso dei secoli dalle case del villaggio, le torri che fiancheggiano la collegiata rimangono le fiere custodi della sua antica grandezza. La torre della Sacrestia, la torre Quadrata e quella del Cardinale innalzano ancora le loro sagome sopra i tetti, ricordando la potenza di questo complesso religioso all’epoca del suo massimo splendore. Una di esse riserva al visitatore una curiosità architettonica piuttosto rara: una scala a doppia rivoluzione, ingegnoso dispositivo che permette di salire e scendere seguendo due percorsi distinti.  

Sulla piazza del villaggio incontrerete i gatti di Adeline che, secondo la leggenda, salvarono il villaggio da una terribile carestia. Ecco dunque la leggenda, così come viene raccontata da queste parti (testo tratto dall’Ufficio del Turismo di La Romieu):

“Nell’anno del Signore 1338, in un villaggio della Guascogna chiamato LA ROMIEU, celebre per la sua bella collegiata costruita vent’anni prima, vivevano felici Vincent e Mariette. Lui era boscaiolo e sua moglie lo accompagnava spesso nella foresta per raccogliere fascine. Lavoravano duramente, ma grazie al pollame, al maiale, agli ortaggi e alla frutta dell’orto, sulla loro tavola non mancava nulla. Erano sposati da tre anni quando Mariette diede alla luce una bambina che chiamarono Angéline. Purtroppo Vincent rimase schiacciato da un albero che stava abbattendo. Mariette, inconsolabile, si lasciò lentamente consumare dal dolore e due mesi dopo fu trovata morta, con Angéline stretta tra le braccia. La piccola fu accolta da una vicina e crebbe insieme ai suoi figli, come una sorella. Angéline mostrava una grande attrazione per i gatti. Ce n’erano sempre due o tre intorno a lei e, durante la notte, dormivano nel suo letto. Spesso divideva con loro la propria scodella. Con il passare degli anni, Angéline diventò una ragazza robusta, che aiutava con impegno i genitori adottivi nei lavori dei campi, sempre accompagnata dai suoi gatti. Nel 1342 e nei due anni successivi, l’inverno fu rigido e la primavera e l’estate furono così piovose che non fu possibile seminare i campi. Ne seguì una grande carestia e, nonostante il signore Arnaud d’Aux avesse distribuito le riserve della collegiata, gli abitanti di LA ROMIEU ben presto non ebbero più nulla da mettere sotto i denti. Pensarono allora ai gatti, così numerosi nel villaggio, e cominciarono a cucinarli in umido. I genitori adottivi di Angéline, sapendo quanto fosse affezionata ai suoi gatti, acconsentirono a lasciarle tenere un maschio e una femmina, a condizione che li nascondesse bene, perché i vicini non aspettavano altro che torcere loro il collo. Angéline rinchiudeva quindi i due mici in soffitta durante il giorno e li lasciava uscire di notte per andare a caccia. Ma la carestia si aggravava e molti abitanti del villaggio morivano. Angéline e i suoi genitori sopravvivevano a stento, raccogliendo radici nei boschi e, qualche volta, funghi, ma era ben misero nutrimento. Molto indeboliti, riuscirono tuttavia a superare quel triste periodo e finalmente arrivarono tempi più clementi, che permisero di raccogliere quanto bastava per vivere. Ma a LA ROMIEU, dove i gatti erano scomparsi, i topi si erano moltiplicati al punto da minacciare i raccolti. Angéline, con infinite precauzioni, era riuscita a tenere nascosti i suoi gatti, che nel frattempo avevano avuto diverse cucciolate. Una ventina di mici giocavano ormai in soffitta. Fortunatamente, la casa era isolata. Gli abitanti del villaggio si lamentavano dei danni provocati dai topi. Fu allora che Angéline annunciò che avrebbe liberato una ventina di gattini, che gli abitanti avrebbero potuto adottare. I topi scomparvero rapidamente e fu così che Angéline salvò LA ROMIEU da una nuova disgrazia. La leggenda racconta anche che, con il passare degli anni, il volto di Angéline assomigliò sempre più a quello di un gatto e che le sue orecchie si trasformarono in orecchie feline ».

Fu ascoltando una nonna raccontare ai nipotini la leggenda dei gatti di Angéline che uno scultore di Orléans, Maurice Serreau, ebbe l’idea di farla rivivere collocando sculture di gatti intorno alla piazza. Qui si consiglia ai visitatori di alzare lo sguardo per cercare di contare quanti gatti lo scultore abbia disseminato nel centro abitato. Eccone alcuni esempi.  

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