Lungo i canali della Garonna
MILENA DALLA PIAZZA, DIDIER HEUMANN, ANDREAS PAPASAVVAS

Abbiamo diviso il percorso in diversi tratti, per facilitare la visibilità. Per ogni tratto, le mappe danno il percorso, le pendenze trovate sul percorso, e lo stato del GR65. I percorsi sono stati disegnati sulla piattaforma « Wikilocs ». Oggi non è più necessario andare con mappe dettagliate in tasca o in borsa. Se si dispone di un telefono cellulare o tablet, è possibile seguire facilmente il percorso in diretta.
Per questo percorso, ecco il link:
https://fr.wikiloc.com/itineraires-randonnee/de-moissac-a-auvillar-par-le-gr65-30515206
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Non tutti i pellegrini si sentono necessariamente a proprio agio con la lettura dei GPS o con la navigazione sul cellulare, soprattutto perché esistono ancora numerose zone senza connessione Internet. Per questo motivo, per facilitare il vostro viaggio, è disponibile su Amazon un libro dedicato alla Via Podiensis, da Cahors a St-Jean-Pied.de-Port. Molto più di una semplice guida pratica, quest’opera vi accompagna passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, offrendovi tutte le chiavi per una pianificazione serena e senza brutte sorprese. Ma oltre ai consigli utili, vi immerge nell’atmosfera incantevole del Cammino, catturando la bellezza dei paesaggi, la maestosità degli alberi e l’essenza stessa di questa avventura spirituale. Mancano solo le immagini: tutto il resto è lì per trasportarvi nel cuore dell’esperienza.
In aggiunta, abbiamo pubblicato anche un secondo libro che, con un po’ meno dettagli ma con tutte le informazioni essenziali, descrive l’intero percorso da Le Puy-en-Velay a Saint-Jean-Pied-de-Port. A voi la scelta del cammino da intraprendere..
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Se vuoi vedere solo gli alloggi della tappa, vai direttamente in fondo alla pagina.
Oggi il vostro percorso si snoda ancora nel Tarn-et-Garonne, tra il Bas Quercy e la Lomagne. La nascita di questo dipartimento è il risultato di una lunga storia. Gli abitanti del Lot e del Tarn-et-Garonne vivevano un tempo in una vasta provincia chiamata Quercy. Le loro origini erano celtiche. Nel V secolo, la regione fu invasa da orde di Vandali, Suebi e Visigoti, che furono poi cacciati da Clodoveo, prima che arrivassero nuove invasioni, questa volta da parte dei Normanni. In seguito, il Quercy passò sotto il dominio degli Inglesi. Durante le Guerre di Religione, si sviluppò una profonda rivalità tra i cattolici dell’Haut Quercy, nella regione di Cahors, e i protestanti del Bas Quercy, attorno a Montauban. Fu Napoleone I a risolvere definitivamente la questione, separando il Bas Quercy per creare il dipartimento del Tarn-et-Garonne e riducendo il Lot al solo Haut Quercy.
Nel 1681 fu completato il “Canal du Midi”, tra Sète e Tolosa. L’idea era naturalmente quella di prolungare il canale verso l’Atlantico, per facilitare il trasporto delle merci. Ma Luigi XIV aveva ormai svuotato le casse del regno e il progetto fu abbandonato per mancanza di fondi. Per altri due lunghi secoli si continuò così a utilizzare la vecchia Garonna, con la sua navigazione tanto pericolosa, per trasportare le merci fino a Bordeaux. Quando le grandi piene o, al contrario, i periodi di siccità rendevano il fiume impraticabile, non restava che passare per Gibilterra. Ma bisognava allora affrontare le tempeste e gli attacchi dei pirati. Con la rivoluzione industriale, il progetto tornò d’attualità. Nel 1856 fu inaugurato il prolungamento del “Canal du Midi” sul versante atlantico. Questo canale costeggia la Garonna per 193 chilometri e dispone di 53 chiuse che permettono una navigazione piacevole. Il “Canal des Deux Mers” si estende per oltre 450 chilometri. È iscritto nel Patrimonio mondiale dell’UNESCO, con le sue chiuse, i ponti, gli acquedotti e le dighe. La sua profondità è modesta, appena 2 metri, il che crea difficoltà al passaggio delle imbarcazioni più grandi. Negli anni Settanta furono investite somme considerevoli nel Canal du Midi per modernizzare la rete e ampliare le chiuse, in modo da consentire il passaggio delle chiatte da trasporto. Ma arrivò la crisi petrolifera del 1973 e il traffico fluviale crollò del 50%. Poco dopo fu inaugurata anche l’”autostrada delle Deux Mers”, che segnò la fine del trasporto commerciale delle merci sul canale. Nel 1989, l’ultima chiatta consegnò il suo carico di vino a Bordeaux. Lo Stato smise di finanziare nuovi lavori e l’ultimo viaggio commerciale ebbe luogo nel 2000. Oggi questi canali sono utilizzati esclusivamente per la navigazione da diporto. Le loro rive sono state trasformate in piste ciclabili e percorsi verdi, diventando un vero paradiso per un esercito di escursionisti e cicloturisti che si godono la tranquillità di questi luoghi, all’ombra di platani e pioppi centenari.
Il canale è conosciuto con diversi nomi. Alcuni lo chiamano “Canal de Garonne”, altri semplicemente “Canal latéral”. Il suo nome ufficiale è “Canal latéral à la Garonne”. Ma poiché costituisce il prolungamento del “Canal du Midi”, che collega Tolosa al Mediterraneo, i due canali formano insieme il “Canal des Deux Mers”, chiamato così proprio perché unisce il Mediterraneo all’Atlantico.
Oggi ci sono due modi per raggiungere Auvillar. La grande maggioranza dei pellegrini pensa che sia finalmente arrivato il momento di concedersi una giornata tranquilla, per dare un po’ di sollievo alle articolazioni doloranti. Rinunceranno quindi senza troppi rimpianti a salire sulle colline per scoprire se il Tarn e la Garonna siano fiumi ancora più belli visti dall’alto. Hanno consultato la loro guida del cammino e hanno constatato che, seguendo la variante lungo il canale, non c’è praticamente un solo metro di dislivello significativo fino ai piedi di Auvillar.

Difficoltà del percorso: Oggi i dislivelli (+346 metri / -311 metri) sono modesti. Per quanto riguarda le difficoltà del percorso, sarà una giornata davvero tranquilla per chi sceglierà la variante lungo il “Canal des Deux Mers” fino a Pommevic. Per gli altri, le due salite che conducono a Boudou e a Malause nascondono difficoltà tutt’altro che trascurabili. Ma sul Cammino di Santiago nulla è veramente fuori portata. È un cammino alla portata di tutti.
Stato del GR65: Per chi sceglie la variante più sportiva, oggi i tratti su strada e quelli su cammini sterrati hanno praticamente la stessa lunghezza. Ma tutto dipende da ciò che si intende per asfalto. Il cammino lungo il canale è interamente asfaltato, ma non vi circolano veicoli:
- Asfalto: 10.9 km
- Cammini: 10.4 km
A volte, per motivi logistici o scelta dell’alloggio, queste tappe mescolano percorsi effettuati in giorni diversi e diverse stagioni, poiché siamo passati più volte sulla Via Podiensis. Allora, i cieli, la pioggia o gli aspetti del paesaggio possono variare. Ma, generalmente, non è così, e questo modo di fare non cambia la descrizione del corso.
È molto difficile specificare con certezza le pendenze dei percorsi indipendentemente dal sistema utilizzato.
Per “ dislivelli reali ”, rileggi l’avviso del chilometraggio nella pagina di benvenuto.

Tratto 1: Una bella passeggiata sul « Canale dei Due Mari »

Indicazione generale delle difficoltà del percorso: senza difficoltà, prima della salita a La Roquette.

| Qualunque sia la variante che sceglierete, il percorso è comune fino alla prima chiusa dell’Espagnette. Il GR65 lascia Moissac nei pressi della stazione ferroviaria. |
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| Ben presto raggiunge il “Chemin de la Pointe” e i lunghi canali che accompagnano il Tarn e la Garonna. |
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| Il GR65 si immette quindi sulla “pista ciclabile delle Deux Mers”, che seguirà per molti chilometri. Sotto i grandi platani regnano la calma e una dolce serenità. Per semplicità, parleremo di «cammino», anche se, sotto i piedi, è in realtà l’asfalto a distendere il suo lungo nastro. |
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| All’inizio, il cammino costeggia il Tarn sulla sinistra, ma solo per un breve tratto. Ben presto il canale si distende come un lungo nastro ai piedi di alberi maestosi. Si è soliti dire che lungo il canale crescano soltanto platani. Non è del tutto vero. Certo, sono loro a dominare il paesaggio, ma anche alcuni grandi aceri di monte protendono i loro rami verso il cielo, con sagome contorte e silenziose che il tempo e i venti hanno pazientemente modellato. Attenzione, però: le foglie degli aceri e quelle dei platani si assomigliano sorprendentemente. I loro frutti, invece, sono molto diversi e permettono di distinguerli facilmente. Anche qualche grande frassino si unisce a questa lunga processione vegetale. |
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| Il canale prosegue il suo cammino come un lungo nastro, immerso in una tavolozza di verdi punteggiata da sentinelle ora chiare, ora scure: sono gli alberi maestosi che vegliano sulle sue rive. I grandi platani, simili agli alberi maestri di una nave, innalzano i loro tronchi enormi e sembrano applaudire il pellegrino al suo passaggio. Slanciati come giraffe, flessuosi al soffio del vento, ondeggiano con i loro rami, ora a destra, ora a sinistra. Nonostante le dimensioni imponenti, i loro movimenti hanno una leggerezza sorprendente. Altri alberi, più rari, frassini o aceri, montano anch’essi la guardia lungo il canale, intrecciando i loro rami con quelli dei platani fino a formare una vera e propria volta di cattedrale, materna e protettiva. |
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| Eppure, questo miracolo della natura potrebbe non durare per sempre. Più a valle, lungo il “Canal du Midi”, un temibile fungo sta divorando i platani, alcuni dei quali hanno diversi secoli di vita. Per il momento, l’unico rimedio resta la motosega, che lascia dietro di sé orribili vuoti in questa successione di alberi fino ad allora così armoniosa. La vicenda merita di essere seguita: forse esiste un antidoto, ma nulla è ancora certo. Nel frattempo, si ripiantano a centinaia alberi di altre specie. Dal 2006, dei 42.000 platani del Canal du Midi, 25.000 sono stati abbattuti e bruciati, mentre sono stati piantati 10.000 nuovi alberi, soprattutto cerri, pioppi bianchi e bagolari, specie dalla crescita rapida, alcune delle quali possono vivere per oltre cinque secoli. |
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| La vita scorre tranquilla lungo il canale. Soltanto qualche passante accompagnato dal proprio cane e alcuni amanti della corsa vengono a interrompere questa quiete. Sulla strada dipartimentale, invece, l’attività è più intensa, segno dei quotidiani spostamenti verso i luoghi di lavoro in città. Il Tarn rimane invisibile, benché scorra parallelamente al cammino, sulla sinistra, nascosto dietro alcuni frutteti o lembi di sottobosco. Dall’altra parte del canale corre la ferrovia, dalla quale giunge talvolta il rumore di un treno che si allontana verso altri orizzonti. |
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| Alcune fattorie occupano la riva sinistra del canale e l’attività agricola sembra piuttosto sviluppata su queste terre alluvionali, che si intuiscono generose. Sulla destra, invece, lo spazio si restringe: rimane appena il posto per la strada dipartimentale e la ferrovia. |
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| L’acqua del canale conserva per tutta la sua lunghezza una tonalità verdastra. Forse, in certi giorni, sotto una luce diversa, osa persino tingersi di blu. Non lo sappiamo. In questo sorprendente gioco di acqua e di luce, passano talvolta alcune imbarcazioni, quasi senza fare rumore. Sembrano procedere al rallentatore, come se il tempo stesso avesse deciso di frenare la loro corsa. Hanno tutto il tempo davanti a sé. Sono piccole imbarcazioni da crociera; nessun’altra vera attività fluviale viene a disturbare la quiete del canale. |
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| Il cammino raggiunge quindi il ponte presso la chiusa dell’Espagnette. È la chiusa numero 26. Lungo il “Canal des Deux Mers”, le chiuse e le distanze sono accuratamente numerate. Viene spontaneo immaginare che un tempo queste strutture fossero vere e proprie piccole stazioni sull’acqua, luoghi di passaggio, di manovre e di incontri, dove pulsava la vita del canale. |
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Questo è un crocevia strategico. Seguendo il GR65, restano 18 chilometri per raggiungere Auvillar, contro i 16 chilometri della variante. Ma la vera differenza non sta in quei due miseri chilometri: sta nella natura stessa del percorso. Sul GR65, l’itinerario diventa piuttosto impegnativo. Sulla variante, invece, basta lasciarsi guidare dal canale e dal suo andamento quasi perfettamente pianeggiante. Molti pellegrini scelgono quindi quest’ultima possibilità e proseguono tranquillamente lungo l’acqua. I più coraggiosi si avventurano sul GR65 tradizionale, che abbandona il canale per lanciarsi alla conquista della campagna che domina il Tarn e la Garonna. Qui seguiremo il GR65 dei più sportivi. Più avanti ritroverete la descrizione della variante, quando i due itinerari si ricongiungono a Malause.
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| Il GR65 attraversa la ferrovia, poi risale per un breve tratto la strada asfaltata che riporta verso Moissac. |
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| Poco dopo, a un incrocio, abbandona questa strada principale e imbocca i primi tornanti di una strada in salita che si arrampica verso La Roquette. |
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| Si capisce allora perché alcuni abitanti di Moissac abbiano scelto di costruire la propria casa su questo pendio, lontano dall’agitazione della città e dal continuo viavai di turisti e pellegrini che la attraversano. Qui bastano già poche decine di metri di altitudine per avere la sensazione di allontanarsi dal mondo. |
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| Il GR65 segue ancora per qualche tempo la strada, prima di svoltare su un cammino che sale ripidamente, affrontando con decisione il fianco della collina. Ben presto il sottobosco avvolge il camminatore nella sua ombra. Qui le querce regnano sovrane, accompagnate qua e là da qualche carpino e da alcuni aceri che vengono a interrompere il loro dominio. |
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| Più in alto, il cammino emerge finalmente dal sottobosco e sbuca nella landa che ricopre la sommità della collina. Lassù, il panorama è magnifico, quasi mozzafiato dopo l’intimità ombrosa degli alberi. In basso, il Tarn distende le sue acque e prosegue la sua corsa verso la vicina Garonna, mentre quest’ultima si allontana già attraverso la vasta pianura. Dopo la fatica della salita, il paesaggio si apre improvvisamente, come un immenso sipario che qualcuno avesse appena sollevato davanti agli occhi del camminatore. |
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Tratto 2: Ben al di sopra della confluenza del Tarn e della Garonna

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: un vero e proprio percorso a ostacoli, tutt’altro che banale, con pendenze spesso nettamente superiori al 15%, sia in salita che in discesa, intervallate qua e là da qualche tratto pianeggiante.

| Qui le colline hanno un aspetto ridente e generoso. I frutteti di susini e albicocchi, così come i “vigneti di Chasselas”, si offrono generosamente al sole e, senza dubbio, anche alle nebbie autunnali che vengono a depositare la loro benefica frescura all’avvicinarsi della vendemmia. |
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| È un piacere respirare, da queste parti, il profumo del caprifoglio, la cui fragranza sensuale e intensa avvolge improvvisamente il camminatore al suo passaggio. Più in basso, dietro la cortina delle querce e i rampicanti profumati, il Tarn e la Garonna mescolano le loro acque, si abbracciano e si uniscono per non separarsi mai più. Come distogliere lo sguardo da uno spettacolo simile? |
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| Eppure, ben presto, la realtà del cammino torna a farsi sentire. Dopo i frutteti, il sottobosco richiude la propria ombra sul camminatore, mentre il cammino riprende a salire per raggiungere la cima di una piccola altura. |
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| Poco dopo, il cammino sbuca su una strada, dove si distende un piccolo altopiano punteggiato dalle fattorie e dalle villette di Pinète. |
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Un ultimo sguardo alla danza silenziosa dei due fiumi, ormai così strettamente abbracciati che non si saprebbe più dire quale sia la madre e quale la figlia, tanto le loro acque si sono ormai confuse. All’orizzonte, la vasta pianura della Garonna dispiega tutta la sua immensità.

| La strada asfaltata segue per un tratto la linea di cresta, dove il tempo ha disseminato, nel corso degli anni, alcuni piccoli paesini e villette isolate. |
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E come non sentirsi minuscoli, quasi dei nani, ai piedi di questo tiglio gigantesco, un vero colosso vegetale che si innalza sul ciglio della strada, accanto a una tranquilla villetta?

| La strada ridiscende quindi dolcemente, tra villette e campagna. Da queste parti sembra esserci una vera passione per le rose: si arrampicano lungo i muri, incorniciano le finestre e rivestono generosamente le facciate delle case. Più avanti, nei pressi di una fattoria affacciata sulla strada, il GR65 abbandona l’asfalto per ritrovare la terra del cammino. |
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Di fronte, lo sguardo intuisce già ciò che attende il camminatore: bisognerà scendere e poi risalire il versante opposto della piccola valle. In lontananza, il cammino disegna una sorta di ”piccola Muraglia Cinese”, ondeggiando con il rilievo prima di perdersi all’orizzonte, nel verde dei prati e nel folto della vegetazione.

| Qui i frutteti e i vigneti sono ormai alle vostre spalle. Un cammino erboso si tuffa tra prati e sottobosco, lungo un pendio piuttosto ripido. Quasi ogni volta che il Cammino di Santiago scende incontro a un ruscello, il paesaggio sembra riprendere i propri diritti: le erbe selvatiche guadagnano terreno, i cespugli si infittiscono e la vegetazione diventa improvvisamente più esuberante. |
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| Il cammino raggiunge il fondo della valle, dove ritrova la terra battuta dopo un breve passaggio su una stradina che deve condurre a uno dei numerosi paesini arroccati sulle creste circostanti. |
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| Il cammino si attarda allora per qualche tempo lungo siepi di latifoglie, quasi volesse concedere al camminatore un ultimo momento di tregua prima della prova che lo attende. |
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| Come previsto, ma certamente non desiderato, la risalita della valle esige il suo tributo di sudore. |
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| Il terreno color ocra appare davvero poco generoso in queste piccole valli. Sono finiti i magnifici frutteti: al loro posto domina la vegetazione rigogliosa e disordinata dei cespugli, sparsi nel più perfetto caos lungo la landa, su un pendio che non concede alcuna tregua al camminatore. Su queste terre aride, le querce sembrano quasi gli unici alberi capaci di aggrapparsi al suolo e sfidare la siccità. |
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| Il cammino si insinua in una profusione di verde e di fiori bianchi, uno stretto corridoio che la primavera sembra voler riconquistare. Sale verso la luce, fino a dare l’impressione di perdersi nell’azzurro del cielo. |
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| La salita termina finalmente nel paesino di Delbrel, nei pressi dei campi da bocce di Boudou. I campi da bocce sono così numerosi che viene quasi da pensare, sorridendo, che in fondo non mancherebbe poi molto per organizzarvi i campionati del mondo. |
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| Boudou si annida appena più in basso, lungo la strada. |
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| L’attività rimane essenzialmente agricola in questo piccolo villaggio raccolto attorno alla chiesa di Saint-Pierre e al suo elegante campanile a vela. Qui si esprime pienamente l’architettura così caratteristica delle case della regione, dove il mattone rosso affiora tra gli intonaci e disegna sulle facciate calde pennellate di colore. Boudou è conosciuto fin dall’antichità come tappa del Cammino di Santiago. Un tempo vi sorgeva un ospizio che accoglieva i pellegrini; oggi è scomparso, come tanti altri edifici simili che un tempo costellavano le strade verso Santiago de Compostela. |
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| All’angolo del villaggio, il GR65 abbandona nuovamente l’asfalto e ritrova la terra battuta. |
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| Il cammino torna per un tratto tra i frutteti, ricchi di susini e albicocchi, il cui allineamento quasi geometrico contrasta con la fantasia del paesaggio circostante. La terra deve essere generosa da queste parti, a giudicare dalla promessa di splendidi frutti che portano tutti questi alberi disposti con tanta cura. |
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| Un ordine che contrasta singolarmente con il groviglio vegetale della boscaglia che il cammino ritrova poco più in basso, come se la natura, appena superati i frutteti, si riprendesse immediatamente la propria libertà. |
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Tratto 3: Montagne russe sopra la pianura

Panoramica generale delle difficoltà del percorso : un’altra bella salita impegnativa dopo Pugnal.

| Il cammino perde dolcemente quota per raggiungere il ruscello di Sérène, le cui acque discrete si sottraggono allo sguardo dietro il fitto della boscaglia. Se ne intuisce la presenza più di quanto non si riesca realmente a vederlo. |
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| Una volta attraversato questo modesto corso d’acqua, il tracciato segue le ondulazioni del terreno prima di riprendere, senza troppe esitazioni, un po’ di quota sul versante opposto della valle. |
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| Un’ampia pista sterrata prende quindi il sopravvento, serpeggiando sotto le fronde delle querce e dei castagni fino alla grande fattoria di Pugnal. Un tempo, il pellegrino poteva trovarvi rifugio e alloggio, all’ombra benevola dei grandi alberi. |
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| Il luogo possiede un fascino pastorale al quale è difficile rimanere insensibili. Sotto la volta dei grandi alberi, le pecore sembrano essersi date appuntamento per accogliere il passante, riservandogli, con quella maestosa indifferenza propria degli animali felici, un vero e proprio picchetto d’onore. Difficile immaginare un quadro più bucolico. |
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| Oltre la fattoria di Pugnal, le cose si complicano. Il cammino sterrato affronta decisamente la salita e si addentra nel sottobosco. Ben presto compaiono profondi solchi, scavati dalle ruote dei trattori nella terra color ocra. Non è difficile immaginare che cosa possa diventare una salita del genere dopo un bell’acquazzone: una lunga prova di pazienza e di equilibrio. Del resto, i passaggi ripetuti hanno finito per tracciare, qua e là, un itinerario parallelo, meno esposto ai capricci del fango. I pellegrini, a differenza dei cinghiali, non provano certo un grande piacere a rotolarcisi dentro. |
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| Anche se la pendenza mette a dura prova il fiato, la natura conserva qui un carattere profondamente selvaggio. Alle querce, sovrane indiscusse di questi boschi, si mescolano aceri, carpini e castagni, componendo una foresta fitta e rigogliosa, dove l’uomo sembra essere soltanto un ospite di passaggio. Attraversando così il cuore della Francia, si finisce per credere che l’intero paese non sia altro che un’immensa foresta di querce, regno dei cinghiali e dei sottoboschi silenziosi. E pensare che certi ingenui immaginano ancora che la Francia si riduca a Parigi, con qualche landa sparsa tutt’intorno! |
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| La salita si prolunga per quasi un chilometro, tra latifoglie e cespugli, su una terra compattata dai continui passaggi. In alcuni punti, il terreno assume la consistenza dell’argilla, quella materia appiccicosa che, nei giorni di pioggia, trasforma il cammino in un esercizio di alta acrobazia. Una vera delizia, naturalmente, per chi ama ritrovarsi con le suole appesantite da qualche chilo di terra. |
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| Man mano che si guadagna quota, fortunatamente la pendenza finisce per addolcirsi. In cima alla salita, il cammino ritrova l’asfalto di una stradina, nei pressi della località chiamata Bourdailles. |
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| La stradina inizia quindi una tranquilla discesa verso Malause, insinuandosi tra i margini dei boschi, le siepi e i paesaggi aperti della campagna. Gli orizzonti si allargano a poco a poco, mentre il sottobosco lascia progressivamente spazio ai terreni coltivati. |
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| Un po’ più in basso, un’altra strada si dirama in direzione di Sainte-Rose. La civiltà sembra riprendere timidamente i propri diritti. Bisognerebbe però riuscire a incontrarne gli abitanti! Perché, su queste stradine di campagna, la gente del posto brilla per la sua assenza. Soli o in piccoli gruppi, i pellegrini proseguono il loro cammino, spesso in silenzio, immersi nei propri pensieri. |
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| La piccola chiesa di Sainte-Rose sembra essersi smarrita in mezzo alle generose distese di grano che la circondano. Costruita tra il XII e il XIII secolo e successivamente rimaneggiata più volte nel corso dei secoli, la chiesa di Sainte-Rose-de-Viterbe ha ormai da tempo perduto la sua funzione originaria. Oggi serve soltanto come modesta cappella cimiteriale, discreta sentinella di un passato del quale conserva ancora, nonostante il trascorrere dei secoli, alcune tracce. |
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| Da queste alture, lo sguardo abbraccia nuovamente la maestosa pianura della Garonna, un immenso mosaico di terre coltivate, dolcemente movimentato dalle colline circostanti. |
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| Lasciata Sainte-Rose, il GR65 si apre dapprima un varco attraverso i campi di grano, prima di imboccare una discesa erbosa, tra boscaglia e sottobosco. Qui, sotto la copertura delle fronde, aleggia ancora il profumo soave del caprifoglio. |
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Dietro una curva del cammino appare una splendida fattoria, una di quelle costruzioni che conferiscono all’architettura rurale della regione il suo carattere così particolare. Nei suoi muri, gli stretti mattoni rossi, uniti con calce o cemento, si alternano a blocchi irregolari di pietra calcarea, componendo quella bella armonia di pietra e terracotta che il tempo ha rivestito della propria patina. La dimora sembra ormai abbandonata al silenzio, come se la vita se ne fosse allontanata in punta di piedi.

| Malause è ormai a due passi, raccolto appena più in basso. Una stradina vi conduce direttamente, completando la discesa verso il villaggio. |
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| Nelle strade di Malause si ritrova qua e là quella muratura fatta di mattoni stretti e giunti a vista, segno distintivo delle costruzioni della regione. La chiesa di Saint-Jean-Baptiste, con le sue linee di ispirazione neoromanica, appartiene invece a un’epoca molto più recente. Edificata nel XIX secolo, testimonia quel gusto per le forme medievali che tanto affascinava l’architettura religiosa dell’epoca. |
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Tratto 4: Ritorno lungo il magnifico “Canal des Deux Mers”

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso privo di difficoltà.

| Il GR65 inizia quindi la discesa verso i quartieri bassi del villaggio, abbandonando poco a poco le alture per raggiungere la pianura. |
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| La pendenza scompare ben presto e il cammino conduce fino alla ferrovia, ultima barriera prima di ritrovare i tranquilli orizzonti del canale. |
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Dall’altra parte del ponte, il percorso si ricongiunge alla variante del GR65, che ha cercato anch’essa rifugio sulle rive del “Canal latéral à la Garonne”. A giudicare dal numero di pellegrini che vi si affollano, il fascino delle colline non sembra proprio conquistare tutti. Molti preferiscono alle salite e alle discese la tranquillità di un cammino pianeggiante, dove i chilometri scorrono senza mettere troppo alla prova i polpacci. A ciascuno i propri gusti, si potrebbe dire. O, più prosaicamente, a ciascuno secondo lo stato delle proprie articolazioni!

| Ma torniamo per un momento sui nostri passi, fino alla chiusa dell’Espagnette, per scoprire che cosa riserva questa variante a coloro che hanno preferito lasciare le colline agli altri. |
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| Sotto l’alta volta dei platani e dei pioppi, il cammino ritrova immediatamente la sua tranquilla armonia, costeggiando il canale lungo il Chemin de la Pointe. Gli alberi innalzano le loro sagome maestose, come un picchetto d’onore offerto ai camminatori. Da qui restano da percorrere quasi sei chilometri prima di ritrovare il GR65 a Malause. |
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| Sulla riva sinistra, le abitazioni sono così rare che la natura sembra essersi riappropriata dei luoghi. La vita umana si è piuttosto concentrata sulla riva destra, dalla parte della strada dipartimentale, ma anche qui le case si contano quasi sulle dita di una mano. Tra le due rive, il canale prosegue la sua esistenza discreta, indifferente a questa presenza umana così sporadica. |
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| Oggi nessuna imbarcazione da diporto viene a increspare la superficie verdastra del canale. L’acqua appare così immobile che viene da chiedersi se scorra ancora e, in caso affermativo, in quale direzione si degni di muoversi. Il silenzio regna con tale sicurezza che il leggero fruscio degli pneumatici di una bicicletta basta ad annunciare, ben prima del suo arrivo, la presenza di un ciclista alle vostre spalle. Non c’è bisogno di suonare il campanello: il pellegrino, avvertito da quel discreto mormorio, si sposta spontaneamente. |
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| Qui non c’è alcuna fretta. Basta lasciare che i piedi continuino il loro lavoro, mentre lo sguardo si attarda sulle lunghe sagome degli alberi. Le loro fronde si mescolano ai riflessi del canale, in una profusione di verdi nella quale ben presto non si riesce più a distinguere ciò che appartiene alla terra da ciò che appartiene all’acqua. Il paesaggio sembra essersi composto da solo, con quella semplicità sovrana di cui la natura custodisce gelosamente il segreto. |
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| Si potrebbe credere che questo piccolo paradiso sia riservato ai passeggiatori sognatori e ai ciclisti della domenica, unici padroni di un territorio dove la tranquillità sembra regnare incontrastata. Macché! A due passi da questo idillio acquatico, EDF sorveglia impianti di tutt’altra portata. Una centrale nucleare ricorda che anche l’industria sa ritagliarsi un posto in mezzo ai paesaggi più bucolici. Quanto basta per ridimensionare un po’ l’illusione di una natura abbandonata soltanto alla propria fantasia! |
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| Non è certo che la lunga passeggiata lungo il canale manchi di fascino. Tutt’altro, la sua stessa monotonia invita a sognare a occhi aperti. Ma lo spirito umano, eterno vagabondo, finisce sempre per desiderare qualcosa di nuovo. Gli occorre un movimento, una sagoma, un dettaglio al quale aggrappare i propri pensieri. Così, la minima presenza umana intravista sulla riva opposta diventa improvvisamente un piccolo avvenimento, quasi una gradita distrazione in questa successione di quadri immobili. |
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| A tratti, il paesaggio sfiora quasi il divino. Ci sono momenti privilegiati in cui ogni cosa sembra trovare naturalmente il proprio posto, in cui gli alberi, l’acqua e il cielo si rispondono in un’armonia così perfetta che si esiterebbe a turbarla anche con una sola parola. Il tempo sembra allora sospendere la propria corsa, come se questo modesto nastro d’acqua, nascosto sotto le fronde, fosse riuscito a sottrarre al mondo qualche istante di eternità. |
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| Poi, in lontananza, una sottile barra metallica viene a interrompere la lunga prospettiva del canale. Dapprima semplice linea tracciata attraverso l’orizzonte, acquista poco a poco consistenza man mano che ci si avvicina. |
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| I suoi contorni si precisano, la sua struttura prende forma: è un ponte che emerge lentamente dalla vegetazione e pone fine a questa lunga fuga prospettica sotto gli alberi. Questo magnifico ponte di ferro, la cui elegante struttura scavalca le acque, apre la strada verso l’area ricreativa di Saint-Nicolas-de-la-Grave e, più oltre, verso l’interno della campagna. |
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| Ma è anche dall’alto di questa passerella metallica che si offre uno spettacolo ben più grandioso: le nozze del Tarn e della Garonna. Le acque del grande fiume risalgono così lontano in quelle del suo affluente che i loro confini si confondono, al punto che ben presto non si sa più a chi appartenga che cosa. Ma che importa, in fondo! Lo spettacolo di questi due giganti che uniscono i loro destini ha qualcosa di magico. Una certezza, tuttavia, rimane: qui termina l’esistenza del Tarn, le cui acque si fondono ormai in quelle della Garonna. D’ora in avanti sarà lei ad accompagnare i vostri passi. Così va la vita dei fiumi: i grandi finiscono quasi sempre per inghiottire i piccoli. |
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| Sulla pista ciclabile, nulla sembra voler turbare l’immutabile armonia dei luoghi. Soltanto di tanto in tanto un treno lanciato a tutta velocità compare dall’altra parte del canale, squarciando per un istante la quiete circostante prima di scomparire altrettanto bruscamente di come era apparso. Poi il silenzio riprende i propri diritti, come se nulla fosse accaduto. |
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| E il canale continua la sua opera di seduzione, dispensando senza risparmio il fascino delle sue lunghe prospettive ombreggiate. Dietro la cortina degli alberi, la Garonna scorre, sovrana e impassibile. La si sa vicinissima, ma non si mostra mai, senza lasciare sfuggire neppure un mormorio che ne tradisca la presenza. Strana vicinanza, quella di questo grande fiume invisibile, del quale si costeggiano le rive senza riuscire mai a coglierne il minimo riflesso. |
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| Sulla sinistra del cammino, la Garonna continua eppure davvero la sua corsa. Bisognerebbe però potersene accertare! EDF sembra aver gelosamente sottratto alla vista il fiume, concedendo al passeggiatore soltanto rari scorci tra le fronde. Bisogna allora spiare la minima apertura nella vegetazione per verificare che il grande corso d’acqua non sia misteriosamente scomparso dietro i frassini, che talvolta si permettono persino di spodestare i platani dal loro ruolo di sentinelle delle rive. |
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| Più avanti, il cammino raggiunge il ponte presso la chiusa del Petit Bézy, discreto promemoria del fatto che questo lungo nastro d’acqua, nonostante la sua aria abbandonata, non è affatto lasciato a sé stesso. A forza di camminare in una simile solitudine, si finirebbe quasi per credere che nessuno si preoccupi più della sua manutenzione. Ma le apparenze ingannano e l’animazione dei luoghi deve certamente variare secondo i giorni e le stagioni. Al nostro passaggio, un addetto era proprio impegnato a liberare il meccanismo della chiusa dalle foglie che vi erano rimaste intrappolate. |
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| Lungo il canale, la campagna sembra ritrovare un po’ di fantasia. Le coltivazioni si diversificano e i campi di cereali vengono a interrompere la successione dei paesaggi attraversati fino a quel momento. |
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| In alcuni punti, i platani dispiegano una maestosità che suscita ammirazione. Che dolore sarebbe vedere scomparire questi venerabili giganti, come tanti loro fratelli del Canal du Midi, vittime del cancro colorato, quel temibile fungo contro il quale la motosega rimane l’ultima risorsa. Si vorrebbe credere che questi patriarchi siano al riparo da un simile destino, tanto la loro presenza sembra inseparabile dall’anima stessa del canale. |
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| Più avanti, la sagoma di un ponte si disegna all’orizzonte. Per una volta, EDF non ha ritenuto necessario installare i suoi consueti cartelli di divieto. L’occasione è troppo bella per non gettare uno sguardo verso la Garonna e rendersi finalmente conto della sua larghezza. Ma non bisogna farsi illusioni: se il fiume acconsente a lasciarsi ammirare, rimane comunque irraggiungibile. Nessun accesso permette di raggiungerne le rive. Bisognerà quindi accontentarsi del piacere degli occhi. |
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| Ben presto compaiono gli accessi riservati ai pescatori, nei pressi del ponte di Malause che attraversa la Garonna. Alcune modeste sistemazioni ricordano che il fiume, così a lungo nascosto agli sguardi, attira anche altri visitatori oltre ai camminatori di passaggio. |
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| Il cammino passa quindi sotto l’imponente struttura, la cui mole contrasta con la tranquilla orizzontalità del canale. Una volta superato il ponte passando al di sotto, Malause non è più lontano. |
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| Ecco apparire il ponte presso la chiusa di Malause, primo invito ad abbandonare la riva per raggiungere il villaggio. Ma non cedete alla tentazione: questo non è ancora il vostro passaggio. La variante ha le sue ragioni e intende farvi prolungare ancora un po’ la compagnia del canale. |
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| Per un tratto, l’itinerario cambia carattere. Abbandona il nastro d’asfalto, ormai diventato quasi una seconda natura sotto le suole, per ritrovare la morbidezza dell’erba, proprio accanto all’acqua. Il paesaggio assume qui un aspetto più domestico: un piccolo quartiere periferico di Malause si è insediato sulle rive del canale, come se alcuni abitanti avessero preferito la tranquillità delle sue sponde all’animazione del villaggio. |
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| Poi l’asfalto riprende i propri diritti e il cammino prosegue accanto a piccole villette, i cui giardini accompagnano ormai il canale. Ma questo è soltanto un assaggio di Malause. Il cuore del villaggio si trova sull’altra riva, oltre la ferrovia, lasciando a questo quartiere lungo l’acqua il fascino un po’ appartato dei luoghi dove si è soltanto di passaggio. |
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| Al termine del quartiere residenziale appare finalmente il ponte Palor. È qui che i due itinerari tornano a intrecciare i loro fili: la variante, rimasta fedele per chilometri alle acque tranquille del canale, ritrova il GR65, che ridiscende dalle alture dopo aver preferito le ondulazioni delle colline alla facilità delle rive. |
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| Per tutti, il cammino riprende ben presto il suo corso, distendendo il proprio nastro d’asfalto sotto la volta maestosa dei grandi platani. Lungo le rive si susseguono le chiatte, ormeggiate una accanto all’altra, come una piccola flotta condannata all’immobilità. Hanno semplicemente gettato l’ancora tra un viaggio e l’altro, oppure la crisi degli alloggi ha trasformato queste antiche regine del trasporto fluviale in abitazioni galleggianti, più accessibili delle case sulla terraferma? La seconda ipotesi sembra la più verosimile: le merci hanno abbandonato il canale ormai da molto tempo. |
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| Lo spettacolo rimane comunque impressionante. A perdita d’occhio, il canale distende le sue prospettive interminabili, lunghi viali d’acqua fiancheggiati da platani enormi. La monotonia di queste linee rette, lungi dallo stancare lo sguardo, finisce per esercitare uno strano fascino. |
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| Da entrambe le parti di questa tranquilla arteria, la campagna appartiene interamente al mondo agricolo. Le coltivazioni occupano il terreno, ordinate e laboriose, ma i prati sembrano aver dimenticato le loro mandrie. |
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| Avvicinandosi a un ponte che attraversa il canale, una sagoma immobile viene a interrompere questa lunga processione di verde. Un pescatore ha sistemato le sue lenze sul bordo dell’acqua. Sotto la superficie opaca si nasconde tutto un piccolo popolo acquatico: carpe, abramidi, gardon, persici e pesci gatto. Quest’ultimo, riconoscibile dai suoi lunghi baffi, è una presenza familiare sulle tavole asiatiche. Introdotto in Francia alla fine del XIX secolo, ha da allora colonizzato ampiamente le acque dolci del paese. Considerato nocivo, ma perfettamente commestibile, appartiene al grande ordine dei Siluriformi, del quale fanno parte anche i siluri, quei mostri baffuti dalle proporzioni talvolta smisurate, che si portano dietro la reputazione di veri flagelli dei fiumi. |
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È in questo scenario quasi irreale che compare il “Pont du Capitaine”. Queste strutture, modeste sentinelle di pietra o di cemento, svolgono qui il ruolo dei fari in mare. Scandiscono il cammino, segnano le distanze e danno al viaggiatore la rassicurante sensazione di aver guadagnato un po’ di terreno sull’infinito delle linee rette.

| Sulle rive, il nastro d’asfalto appartiene a una piccola umanità in movimento: passeggiatori della domenica, ciclisti frettolosi, appassionati di corsa e pellegrini impegnati in lunghi viaggi. A prima vista, nulla distingue veramente questi viaggiatori, se non forse il peso dello zaino e il loro modo di vivere il tempo. Alcuni sfrecciano, divorando i chilometri come se avessero un appuntamento con l’orizzonte. Il pellegrino, invece, non deve rendere molti conti all’orologio. Se la prende comoda. Là dove altri cercano di guadagnare tempo, lui sembra aver scelto di prenderseloe. |
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| Un po’ più avanti, una chiusa interrompe la tranquilla continuità del canale. Contemplando questa campagna piatta come una tavola, si potrebbe credere che l’acqua non debba far altro che seguire il proprio corso, senza mai incontrare il minimo ostacolo. Ma il rilievo, per quanto discreto, impone talvolta i propri capricci. |
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| Ecco la chiusa numero 28, quella del Braguel, ultima sosta di questo genere sull’itinerario di oggi. Il tempo dei guardiani delle chiuse sembra ormai tramontato. Forse qualche studente viene, durante la bella stagione, a dare una mano ai naviganti di passaggio? A parte questi ipotetici rinforzi, i diportisti sembrano affidati alla propria abilità. Bisogna però saper padroneggiare il funzionamento dei comandi idraulici, aprire e richiudere le porte, lasciare che l’acqua riempia la vasca della chiusa o ne defluisca, finché l’imbarcazione non raggiunge il livello del suo prossimo orizzonte. |
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| Su entrambe le rive, la campagna dispiega le sue terre generose, dedicate quasi interamente alle coltivazioni, in particolare alle piante oleaginose, i cui campi si estendono a perdita d’occhio. Godetevi ancora questo scenario sontuoso, questa lunga parentesi di verde e di silenzio, perché le ore trascorse lungo l’acqua sono ormai contate. Ben presto, il percorso volterà le spalle alla magia del canale, alle sue prospettive infinite e all’ombra protettiva dei suoi platani. |
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| Ecco già l’ultima opera di questa lunga passeggiata lungo l’acqua: il Pont de Pommevic. Si sarebbe volentieri prolungato l’incanto, seguendo ancora per qualche chilometro queste rive tranquille, dove il tempo sembra scorrere lentamente quanto l’acqua. Ma qui il GR65 prende congedo dal canale e si concede una piccola deviazione verso Pommevic, attraversando il ponte. |
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| Pommevic è a due passi, raccolto vicino al canale, lungo la grande strada dipartimentale. Il villaggio presenta qua e là alcune di quelle dimore che costituiscono il fascino discreto dell’architettura locale. La pietra calcarea bianca e rosa dialoga con il mattone, in un accostamento di materiali e tonalità che i giunti di calce uniscono con un’eleganza senza pretese. Nulla di monumentale, ma quella tranquilla armonia delle vecchie case che sembrano aver preso in prestito i propri colori dalla terra da cui sono nate. |
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| Poco lontano sopravvive un antico lavatoio, umile testimone dei tempi in cui il bucato riuniva le donne del villaggio attorno all’acqua e alle notizie del giorno. Il vicino caffè, invece, non ha perduto nulla della sua vocazione. Vi si ritrovano i pellegrini di passaggio e gli abitanti del posto. |
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| Una grande croce metallica segna poi l’inizio di una piccola deviazione attraverso il villaggio. È l’occasione per scoprire altre facciate di mattoni, intravedere la torre del castello e spingersi fino alla chiesa, come altrettante modeste testimonianze di un passato che non ha del tutto abbandonato questi luoghi. |
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| La chiesa di Saint-Denis risale all’XI secolo, ma delle sue origini romaniche rimangono soltanto un tratto di muro, la base del campanile e l’abside. Il resto ha attraversato i secoli subendo diverse trasformazioni, senza che l’insieme offra oggi molto che possa trattenere a lungo gli appassionati di antiche architetture. Per il resto, la deviazione si percorre piacevolmente, senza però rivelare tesori davvero eccezionali. |
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| Poi la strada si allontana progressivamente dal villaggio, attraversa i dintorni meno pittoreschi delle sue rotatorie e riprende il suo corso verso i canali. |
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Tratto 5: Attraverso la monotona pianura della Garonna prima di arrivare ad Auvillar

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: nessuna difficoltà particolare, a parte la ripida salita verso il centro del villaggio.

| Dall’incrocio, il GR65 imbocca la strada dipartimentale che conduce verso Auvillar. Attraversa successivamente il “Canal latéral à la Garonne” e poi il “canale di Golfech”, una derivazione del fiume che alimenta gli impianti della centrale nucleare. La Garonna, dal canto suo, ha scelto di allontanarsi attraverso la pianura, abbandonando per qualche tempo i camminatori al loro destino. Ritroveremo le sue acque dalle parti di Auvillar. |
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Ma ecco apparire all’orizzonte due sagome davvero mostruose: le torri di raffreddamento della centrale nucleare di Golfech. Mostruose, e il termine non è affatto esagerato. Con i suoi due reattori e le torri che raggiungono i 170 metri d’altezza, le più alte d’Europa, il complesso impone le sue dimensioni smisurate a tutta la regione. Da qualunque collina si contempli il paesaggio, è impossibile sfuggire alla vista di queste due gigantesche escrescenze di cemento, coronate dai loro eterni pennacchi di vapore. Dominano l’orizzonte con una tranquilla insolenza, come se la tecnologia moderna avesse deciso di ricordare alla campagna chi fosse ormai il vero padrone dei luoghi.

| Fino a Espalais, i camminatori dovranno armarsi di pazienza. Il GR65 si distende lungo una stradina asfaltata, disperatamente piatta, che attraversa la campagna per molti chilometri. |
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| Oggi girasoli e mais si dividono le terre, estendendo le loro coltivazioni fin dove arriva lo sguardo. Domani, secondo le stagioni e le rotazioni agricole, forse sarà il grano a prendere il loro posto. Le colture cambiano, ma il paesaggio conserva sempre la stessa ostinata geometria, fatta di grandi appezzamenti e di linee che sembrano non voler finire mai. |
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| Un po’ più avanti, i responsabili della sistemazione del GR65 hanno comunque concesso ai camminatori una piccola variazione: qualche centinaio di metri nell’erba, tanto per rompere con la tirannia dell’asfalto e sfiorare le rive di un piccolo lago. La pianura, abbondantemente irrigata, è del resto disseminata di stagni e specchi d’acqua, altrettanti riflessi sparsi in questo vasto mosaico agricolo. |
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| Ma l’illusione dura poco. Nessuna riva accogliente dove stendere la tovaglia per un picnic, nessun angolo adatto a rinfrescare nell’acqua i piedi surriscaldati dal cammino. Il lago si lascia ammirare, ma nulla di più. E già, come richiamato all’ordine, il GR65 ritrova l’asfalto. |
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| In questa immensa pianura, dove si susseguono coltivazioni oleaginose e cerealicole, anche l’orticoltura occupa un posto importante. La terra lavora, produce, nutre, senza preoccuparsi minimamente degli stati d’animo del pellegrino. Tutto qui parla di un’agricoltura laboriosa, ma ben poco invita alla contemplazione. |
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| A poco a poco, la strada si avvicina a Espalais. Ed ecco che, sopra la pianura, una sagoma viene finalmente a interrompere la monotonia dell’orizzonte. Lassù, arroccata sulla sua collina, Auvillar si delinea come una promessa di rilievi, di antiche pietre e, forse, di stradine più piacevoli. |
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| Quanto a Espalais, ormai la si attende come una liberazione. Non che il villaggio prometta necessariamente meraviglie, ma dopo questa lunga traversata priva di sorprese, la semplice prospettiva di ritrovare qualche casa, delle strade e un po’ di vita basta a ridare energia alle gambe. |
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| Fin dall’ingresso di Espalais, una sosta merita in modo particolare l’attenzione del pellegrino: il Par’Chemin, senza dubbio uno degli alloggi per pellegrini più belli di tutto il Cammino di Santiago. Qui l’ospitalità non è una parola vuota. |
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| Espalais sorprende poi per la sua pulizia quasi impeccabile. Non una foglia fuori posto, non il minimo pezzo di carta abbandonato al vento: le strade sono così perfette che si potrebbe quasi apparecchiarvi la tavola. Bisogna forse vedere in questa perfezione municipale la mano generosa di EDF, desiderosa di far dimenticare i due giganti di cemento che dominano i dintorni? Si sarebbe tentati di crederlo. La centrale di Golfech, che impiega quasi un migliaio di persone, contribuisce alla vita economica della regione, e molti dei suoi dipendenti devono probabilmente aver scelto di abitare nei dintorni. |
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| La chiesa di Saint-Orens, di costruzione relativamente recente, non pretende certo di rivaleggiare con i grandi santuari carichi di secoli di storia. Tuttavia, il piccolo parco adiacente offre ai pellegrini una sosta gradita, un angolo di riposo dove posare lo zaino e riprendere fiato. Sotto lo sguardo della Vergine e di Cristo, viene quasi spontaneo un pensiero: possano questi protettori celesti vegliare sugli abitanti di Espalais e risparmiare loro per sempre le conseguenze di un ipotetico incidente nucleare! |
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| All’uscita del villaggio, il GR65 riprende il suo cammino in direzione del ponte sulla Garonna. Ecco finalmente il grande fiume, ritrovato come una vecchia conoscenza della quale si erano momentaneamente perse le tracce. |
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| Dall’altra parte del ponte, Auvillar si innalza sulle alture che dominano la Garonna, promettendo già uno scenario completamente diverso. Ma prima di raggiungere le sue antiche pietre, un ultimo sguardo abbraccia la pianura e, inevitabilmente, la centrale di Golfech. Le sue torri gigantesche continuano a imporsi alla vista, mentre i loro pennacchi di vapore salgono nell’azzurro, simili a immense colonne d’incenso offerte al firmamento. Strana preghiera, quella di queste cattedrali industriali, le cui nuvole artificiali sembrano voler rivaleggiare con quelle del buon Dio. |
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| Oltre il ponte, la strada conduce ai piedi del centro storico di Auvillar, nei pressi dell’antico porto, dove sorge ancora la cappella di Sainte-Catherine-du-Port. Bisogna risalire molto indietro nei secoli per ritrovare le origini di questa attività fluviale, fino ai tempi in cui i fiumi svolgevano la funzione di grandi vie commerciali. Molto prima che le strade moderne attraversassero il paese, la Garonna trasportava già il suo corteo di merci, battellieri e viaggiatori. Qui è documentata l’esistenza di un pedaggio già prima del XII secolo, e non è difficile immaginare l’animazione che doveva regnare su queste rive. Le imbarcazioni si succedevano, gli uomini si affaccendavano, si riscuotevano le tasse e le locande prosperavano al ritmo dei passaggi obbligati. |
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| Nel Medioevo, i battellieri avevano l’abitudine di erigere, nelle città fluviali soggette a pedaggio, cappelle dedicate a santa Caterina, protettrice della gente del fiume e patrona dei filosofi. Quella di Auvillar affonda le proprie radici in una storia particolarmente antica, che alcune tradizioni fanno risalire addirittura all’epoca carolingia, ben prima del X secolo. I documenti rimangono tuttavia imprecisi e le pietre, anche quando conservano la memoria, non rivelano sempre i loro segreti. L’edificio sarebbe stato parzialmente ricostruito nel XIV secolo, per iniziativa di papa Clemente V. Comunque sia, basta osservare l’usura dei suoi muri per capire che questa vecchia signora non è certo nata ieri. Le sue murature portano l’impronta del mattone, così familiare all’architettura della regione, e le conferiscono quella patina che soltanto i secoli sanno depositare. Un dettaglio, tuttavia, viene a disturbare questa evocazione del passato: il vialetto della villetta vicina, che costeggia l’edificio con una disinvoltura tutta contemporanea. Strana vicinanza, quella tra questa dimora privata e una cappella carica di tanta storia. |
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| Nei pressi dell’antico porto, le case prolungano l’armonia architettonica della cappella di Sainte-Catherine. Ovunque, il mattone si mescola alla pietra e agli intonaci chiari, in quell’alleanza di materiali e colori che conferisce ai villaggi della regione il loro aspetto così particolare. |
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| Ma per raggiungere il cuore di Auvillar bisogna prima pagare il proprio tributo alla pendenza. Dal porto, la strada sale con una ripidezza davvero poco comune. |
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| A metà salita, una bella sorpresa viene a interrompere l’ascesa. Quasi sospeso sul fianco del muraglione, un antico lavatoio sembra essersi aggrappato alla pietra per sfidare il trascorrere degli anni. Parzialmente restaurato, conserva il fascino di quei luoghi dove un tempo le lavandaie si scambiavano le notizie mentre lavavano i panni nell’acqua. |
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| In cima a questa dura salita, la strada passa ai piedi del magnifico edificio che ospita l’alloggio comunale per pellegrini. Poi le viuzze si restringono, il selciato sostituisce l’asfalto e gli alti muri delle antiche dimore conducono verso il centro storico. Le facciate oscillano tra il giallo pallido, il rosa, il bianco e l’ocra, in un’armonia di mattoni, pietre e calce. |
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| Con il suo migliaio di abitanti, Auvillar appartiene al prestigioso circuito dei “Plus Beaux Villages de France”, i più bei villaggi di Francia. E, per una volta, il titolo non sembra affatto immeritato. Molti villaggi esibiscono questa distinzione senza possedere una simile unità architettonica. Al centro della piazza lastricata troneggia una meraviglia: un mercato coperto circolare costruito nel 1825, un vero gioiello architettonico, senza dubbio uno dei più belli del Sud-Ovest, una regione che pure abbonda di mercati coperti notevoli. Le sue proporzioni eleganti, l’equilibrio delle linee e la disposizione delle case circostanti compongono un insieme di rara coerenza. Qui l’armonia regna incontrastata. |
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| Tutt’intorno alla piazza, le belle dimore antiche si allineano sotto i portici, mescolando il mattone agli intonaci di calce. Le loro facciate hanno attraversato diversi secoli, anche se non tutte risalgono ai tempi lontani dell’Alto Medioevo. Poco importa la loro età esatta: possiedono quella tranquilla nobiltà delle architetture che hanno saputo invecchiare insieme, senza rompere l’accordo delle forme e dei colori. |
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| Di fronte al mercato coperto si innalza la splendida Tour de l’Horloge, porta monumentale del XVIII secolo che segna l’ingresso alla città antica. In una viuzza vicina, un piccolo museo ricorda la fama delle maioliche di Auvillar nei secoli XVIII e XIX. Dal porto, le imbarcazioni trasportavano allora queste preziose stoviglie verso destinazioni lontane, seguendo il corso della Garonna, grande arteria commerciale della regione. |
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| E come non fermarsi davanti all’albergo locale, che sorge accanto alla torre? Le sue belle proporzioni e la sua eleganza priva di ostentazione aggiungono ulteriore fascino a questo insieme straordinario. Ad Auvillar, le facciate sembrano gareggiare in grazia senza mai cadere nell’eccesso. |
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| Un po’ più avanti, anche la chiesa di Saint-Pierre merita una visita. Erede di un antico priorato benedettino del XII secolo, rimaneggiata nel corso del tempo, unisce elementi romanici e gotici senza rinnegare il mattone rosso tanto caro ai costruttori della regione. All’interno, la luce addolcisce la solennità degli spazi e conferisce all’insieme una bella serenità. |
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Non resta che passeggiare senza fretta tra le viuzze, lasciandosi guidare dal selciato e dalla curiosità. Prima di lasciare Auvillar, concedetevi però un ultimo sguardo sulla Garonna. Laggiù, ai piedi delle colline, il grande fiume prosegue la sua corsa verso Bordeaux, la Gironda e l’oceano. Un ultimo sguardo alle sue acque, poi bisogna dirle addio,
