18. Vaylats a Cahors

Lo splendore del Cami Ferrat

 

MILENA DALLA PIAZZA, DIDIER HEUMANN, ANDREAS PAPASAVVAS

 

 

Abbiamo diviso il percorso in diversi tratti, per facilitare la visibilità. Per ogni tratto, le mappe danno il percorso, le pendenze trovate sul percorso, e lo stato del GR65. I percorsi sono stati disegnati sulla piattaforma « Wikilocs ». Oggi non è più necessario andare con mappe dettagliate in tasca o in borsa. Se si dispone di un telefono cellulare o tablet, è possibile seguire facilmente il percorso in diretta.

Per questo percorso, ecco il link:

https://fr.wikiloc.com/itineraires-randonnee/du-puy-en-velay-a-st-privat-dallier-par-le-gr65-29068056

Non tutti i pellegrini si sentono necessariamente a proprio agio con la lettura dei GPS o con la navigazione sul cellulare, soprattutto perché esistono ancora numerose zone senza connessione Internet. Per questo motivo, per facilitare il vostro viaggio, è disponibile su Amazon un libro dedicato alla Via Podiensis, da Le Puy-en-Velay a Cahors. Molto più di una semplice guida pratica, quest’opera vi accompagna passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, offrendovi tutte le chiavi per una pianificazione serena e senza brutte sorprese. Ma oltre ai consigli utili, vi immerge nell’atmosfera incantevole del Cammino, catturando la bellezza dei paesaggi, la maestosità degli alberi e l’essenza stessa di questa avventura spirituale. Mancano solo le immagini: tutto il resto è lì per trasportarvi nel cuore dell’esperienza.

In aggiunta, abbiamo pubblicato anche un secondo libro che, con un po’ meno dettagli ma con tutte le informazioni essenziali, descrive l’intero percorso da Le Puy-en-Velay a Saint-Jean-Pied-de-Port. A voi la scelta del cammino da intraprendere.

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Se vuoi vedere solo gli alloggi della tappa, vai direttamente in fondo alla pagina.

L’intera rete costituita dai Cammini di Santiago in Francia è oggi riconosciuta come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. L’iscrizione dei Cammini di Santiago nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO risale al 1998. Attraverso questo riconoscimento, l’UNESCO intende richiamare l’attenzione sul valore universale eccezionale di questo patrimonio spirituale, culturale e storico. A tale scopo sono stati selezionati alcuni monumenti emblematici e diversi tratti di percorso rappresentativi di questa straordinaria eredità. Il percorso si avvicina ormai a Cahors, la città più importante della Via Podiensis, con circa 22.000 abitanti. Tra Bach e Cahors, i ventisei chilometri del Cami Ferrat sono iscritti nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Lo stesso riconoscimento riguarda anche due monumenti simbolo della città di Cahors: la cattedrale di Saint-Étienne e il Ponte Valentré. L’itinerario attraversa una zona quasi priva di paesi. Anche l’autostrada A20, detta l’Occitane, che collega Limoges a Tolosa, attraversa questo settore. Si cammina ancora nel dipartimento del Lot. A Cahors vi troverete ormai quasi a metà strada tra Le Puy-en-Velay e Saint-Jean-Pied-de-Port.

Che si provenga da Bach o da Vaylats, si ritrova rapidamente la foresta raggiungendo il GR65, che in questa regione prende il nome di “Cami Ferrat”. Questo antico tracciato si allontana volutamente dagli insediamenti umani, accentuando il senso di isolamento e rafforzando il fascino misterioso di questa porzione dolcemente ondulata del causse. Per i Romani la via era una strada solida e affidabile, generalmente tracciata in linea retta per consentire il passaggio dei carri, dei soldati e dei cavalli. Queste vie erano spesso “ferrate” (lou cami ferrat in occitano, duro come il ferro), vale a dire consolidate mediante un fondo accuratamente compattato e battuto, quasi sempre ricoperto di pietrame. Quando si parla delle strade romane, l’espressione che ricorre più spesso è molto semplice: «vanno dritte». Quando Giulio Cesare intraprese la conquista della Gallia, fece realizzare queste strade affinché le sue truppe potessero spostarsi rapidamente in tutto il territorio. Nel Medioevo, il Cami Ferrat divenne un’importante via di pellegrinaggio che collegava Rocamadour al sud della Francia e, più oltre, ai grandi itinerari diretti verso Roma e la Terra Santa. Ancora oggi il Cami Ferrat è soprattutto un ampio cammino di terra, generalmente poco sassoso, anche se il fondo cambia talvolta aspetto. Quando le querce si infittiscono e la foresta diventa più densa, le pietre tornano spesso a prevalere sulla terra.

Oggi questo rappresenta uno dei tratti più significativi del Cammino di Santiago, sia che vi si giunga attraverso la variante della valle del Célé, sia che si segua l’itinerario tradizionale del GR65. Da Vaylats, come da Bach, ci si ritrova infatti sul grande itinerario diretto verso Le Puy-en-Velay. Nella sua prima parte, questa traversata del causse è un autentico capolavoro paesaggistico, uno scenario quasi irreale nel quale la natura sembra regnare incontrastata, fino al momento in cui compare la lunga ferita sonora dell’autostrada, che sarà inevitabile attraversare. Successivamente, di collina in collina, tra le ondulazioni pietrose del causse, il cammino finisce per scendere verso Cahors, come un graduale ritorno alla vita del mondo.

Difficoltà del percorso: I dislivelli della giornata (+ 314 metri/- 470 metri) sono modesti. Il profilo della tappa favorisce nettamente il camminatore. Non vi sono salite importanti, a eccezione di una sola, situata circa a metà percorso. Per il resto, il percorso si sviluppa con dolci ondulazioni. Soltanto la ripida e spettacolare discesa verso Cahors segna il finale della tappa.

Stato del GR65: Una tappa davvero straordinaria per il pellegrino. Il Cami Ferrat è soprattutto sinonimo di ampi cammini. Pochissimo asfalto: il sogno di ogni camminatore:

  • Asfalto: 3.1 km
  • Cammini : 20.9 km

A volte, per motivi logistici o scelta dell’alloggio, queste tappe mescolano percorsi effettuati in giorni diversi e diverse stagioni, poiché siamo passati più volte sulla Via Podiensis. Allora, i cieli, la pioggia o gli aspetti del paesaggio possono variare. Ma, generalmente, non è così, e questo modo di fare non cambia la descrizione del corso.

È molto difficile specificare con certezza le pendenze dei percorsi indipendentemente dal sistema utilizzato.

Per dislivelli reali , rileggi l’avviso del chilometraggio nella pagina di benvenuto.

Tratto 1: Da Vaylats si raggiunge il GR65 nella foresta

 

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso : percorso senza alcuna difficoltà.

 

Che si sia arrivati lungo il GR65 da Varaire oppure lungo il GR46 da Concots, la maggior parte dei pellegrini fa tappa a Vaylats, non soltanto per la presenza del convento, ma anche perché le possibilità di alloggio sono più numerose. Occorre tuttavia raggiungere in seguito il GR65 nella foresta, poiché il tracciato principale aggira il paese di Vaylats. Il percorso segue quindi la strada dipartimentale all’uscita del paese.

Poco dopo, un pannello collocato ai margini della strada segnala le iurte di Bascot, una soluzione più recente e originale per soggiornare a Vaylats, che completa l’accoglienza offerta dal convento. 

In questo punto, il percorso abbandona la strada e imbocca un ampio cammino di terra, il cammino di Bascot, che conduce fino all’incontro con il GR65.

L’ampio cammino prosegue quindi attraverso una foresta piuttosto rada, costeggiando alternativamente muretti di pietra e piccole radure aperte.

Non si è ancora nella solitudine selvaggia del causse, poiché nei pressi della strada sopravvivono ancora alcune abitazioni. 

Al termine di questa lunga linea retta, il percorso raggiunge infine il GR65 nella foresta. Un cartello indica allora Le Mas-de-Vers a 5 chilometri e Cahors a 23 chilometri. .

Ha così inizio un autentico viale della felicità, discretamente nascosto in una natura ancora selvaggia e quasi insospettabile. Il cammino si distende sulla terra battuta, sotto la volta leggera delle querce, a volte slanciate, ma più spesso basse e robuste, come sanno essere le roverelle dei causses. Piccoli muretti di calcare grigiastro o color ocra accompagnano spesso i margini del cammino, modeste opere in pietra che sembrano delimitare il passaggio da secoli.

Qui si incontrano numerosi pellegrini, che talvolta superate oppure che, a loro volta, vi sorpassano. La ragione è semplice. Quasi tutti i camminatori che hanno pernottato a Vaylats partono poco dopo la colazione, servita alle sette in punto. Nei conventi, con gli orari non si scherza.

Alcune tracce del passato, oggi divenute quasi obsolete, continuano a scandire il cammino. Certe piccole costruzioni in pietra dovevano probabilmente servire come riparo per gli attrezzi, mentre altre conservano ancora il proprio mistero. Forse un antico forno oppure qualche edificio dimenticato, la cui memoria si è perduta con il trascorrere del tempo. 

Queste costruzioni testimoniano la presenza umana o animale che per lungo tempo ha animato questi luoghi. Qui, due equidi sembrano assaporare la tranquillità del causse con una placidità rasserenante.

Poco dopo, l’ampio cammino scende dolcemente verso il ruscello delle Valses. La pendenza è lieve, quasi impercettibile, come se il causse stesso accompagnasse tranquillamente il camminatore verso il fondo discreto di questa piccola valle.

Ciò che caratterizza profondamente i paesaggi dei causses sono i muretti che costeggiano i cammini. Ora grigi, ora gialli o color ocra, sono spesso ricoperti di licheni oppure da un sottile strato di muschio tenace, capace di sopravvivere nonostante la siccità. Su queste antiche pietre si posa una luce molto particolare, propria di queste terre austere, dove si alternano cammini incassati e lande aride. Qui prosperano gli arbusti del causse, come il bosso, i cornioli, le ginestre e alcuni rari ginepri. Un tempo questi paesaggi erano ricchi di bosso. Decimati negli ultimi anni dalla piralide, questi maestosi ornamenti vegetali hanno lasciato, almeno temporaneamente, il posto ai cornioli. Si racconta che Giulio Cesare prediligesse vie ampie e rettilinee, per consentire alle sue truppe di avanzare rapidamente. Bisogna riconoscere che qui la natura si prestava magnificamente a questo genere di impresa.

Su questi cammini si incontra poca gente, a eccezione dei pellegrini, carichi dei loro zaini e assorti nel cammino. Anche se, sempre più spesso, alcuni viaggiano oggi con un bagaglio più leggero, approfittando delle numerose compagnie di trasporto bagagli che si sono sviluppate nella regione. Alcuni pellegrini avanzano con passo frettoloso, impazienti di raggiungere Santiago il più rapidamente possibile. Altri si prendono il proprio tempo, indugiano ai margini del cammino e si fermano davanti a un cumulo informe di pietre, a una “gariotte* crollata oppure a qualche vecchio muro lentamente smantellato dal passare degli anni.

In fondo a questa discesa quasi insignificante, il cammino costeggia il ruscello delle Valses. Con il tempo asciutto, spesso non vi si scorge neppure una goccia d’acqua. Non ve n’è molta di più nel ruscello di Coubot, poco più avanti. Da qui restano ancora 3,6 chilometri per raggiungere Le Mas-de-Vers, il centro abitato più vicino.

In questo paesaggio fuori dal tempo, ai margini del mondo ordinario, l’ampio cammino, spesso sassoso, scorre con naturalezza lungo i muretti di pietra. Le querce si stringono le une alle altre, talvolta si piegano fino a terra e formano una sorta di silenziosa guardia d’onore per il camminatore che attraversa questi luoghi. Occupano tutto lo spazio e soffocano gli altri alberi e gli arbusti più modesti, privandoli della luce. Qui i pini compaiono raramente, poiché hanno bisogno di spazio e di sole per prosperare. Le querce, invece, hanno lasciato ampio spazio agli aceri di Montpellier, riconoscibili per le loro foglie trilobate, alberi discreti ma molto presenti su questi austeri causses.

In alcuni punti, la foresta di querce si dirada leggermente, lasciando intravedere deboli tracce di presenza umana. Tuttavia, per scorgere anche il più piccolo appezzamento coltivato, occorre osservare con attenzione.

Questa diversa specie di pellegrino si è moltiplicata negli ultimi anni lungo il Cammino di Santiago. Si stima oggi che rappresenti una quota non trascurabile dei pellegrini, forse superiore al 15%. Bisogna anche riconoscere che, grazie ai servizi di trasporto bagagli sviluppatisi nella regione, è diventato molto più facile pedalare leggeri.

Poco più avanti, il paesaggio si apre improvvisamente, poiché il sottobosco lascia talvolta spazio alla landa. Ci si domanda allora che cosa possa crescere su questa terra austera e ingrata. Forse un po’ di avena oppure del triticale destinato al bestiame. In queste specie di conche verdi, la foresta si ritira talvolta per lasciare spazio a una macchia rada oppure ad alcune piantagioni di querce da tartufo. La loro presenza si riconosce dai cerchi di terra nuda che si disegnano attorno ai tronchi, tracce discrete della vita sotterranea dei funghi. È noto che i tartufi prosperano nei terreni poveri, calcarei e ben drenati, dove la materia organica si decompone rapidamente. Il micelio del tartufo vive allora in simbiosi con le radici degli alberi tartufigeni, generalmente roverelle oppure noccioli. Non bisogna tuttavia credere che tutti questi alberi producano spontaneamente tartufi. Una tartufaia è il risultato di un lavoro paziente. Occorre eliminare la vegetazione infestante, preparare un terreno favorevole e piantare in inverno giovani alberi inoculati con il micelio del tartufo. Seguono poi diversi anni di manutenzione, generalmente da tre a sei, prima che compaia il celebre « pianello », la zona priva d’erba attorno all’albero che alimenta le speranze dei tartuficoltori.

Tratto 2: In piano, lungo il Cami Ferrat

 

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso senza alcuna difficoltà.

Poi il paesaggio si richiude nuovamente. Alcuni passaggi possono diventare un po’ più delicati per i ciclisti, soprattutto quando larghe pietre levigate rotolano sotto le ruote, ma queste difficoltà rimangono rare. Di solito, il cammino continua a essere un ampio viale di felicità, soltanto un poco sassoso.

Su questo sorprendente cammino, che si immagina volentieri erede degli antichi tracciati romani, durante i primi chilometri della tappa il camminatore si sente raramente smarrito nel cuore della natura selvaggia. I pellegrini avanzano uno dietro l’altro, distanziati ma sempre visibili, mai raggruppati come in un plotone di ciclisti. 

Poco dopo, sotto gli alberi compare un nuovo cartello indicatore che segnala Le Mas-de-Vers a 2,1 chilometri. 

Il cammino lascia quindi discretamente il sottobosco per inoltrarsi tra le piantagioni di querce da tartufo. Sono facilmente riconoscibili, poiché gli alberi, disposti a una certa distanza gli uni dagli altri, sembrano seguire un ordine quasi militare, molto diverso dal disordine naturale della foresta.

Poco più avanti, il cammino incrocia una piccola strada di campagna nella località di Fontanilles.

Poi riparte con rinnovato slancio, tracciando lunghe linee rette nella natura selvaggia, sotto le querce nodose e indocili del causse. 

Il tempo passerà quasi senza che ve ne accorgiate in questo spettacolo silenzioso, dove il passo avanza senza sforzo sulla terra liscia, finché l’avvicinarsi della strada asfaltata di Le Mas-de-Vers non annuncerà dolcemente il ritorno al mondo abitato. Che altro si potrebbe dire? Nulla. Bisogna semplicemente ascoltare il silenzio. Qui tutto è grandioso, come sospeso fuori dal tempo. 

Nei pressi di Le Mas-de-Vers si ritrova una parvenza di civiltà, anche se il cammino evita questo paesino. Anche qui, come tra Faycelles e Cajarc, l’UNESCO ha scelto di classificare cammini sperduti e lontani dagli insediamenti umani. All’uscita di Le Mas-de-Vers, una deviazione conduce a un ostello, il gîte de Poudally, che merita di essere segnalato, poiché prima di Cahors le possibilità di alloggio sono scarse. L’UNESCO ha forse colpito ancora una volta, a svantaggio di chi offre ospitalità? Bisogna infatti riconoscere che anche un solo chilometro supplementare può scoraggiare alcuni pellegrini.

State effettivamente camminando sul Cami Ferrat. Un cartello ve lo ricorda, nel caso lo aveste dimenticato, dietro le ultime fattorie del paese.

Il GR65 lascia quindi il paesino lungo una piccola strada asfaltata. Un tempo, qui esisteva soltanto un cammino di terra battuta. Il Cammino di Santiago non è immutabile, ma si trasforma con il passare del tempo, adattandosi agli usi e ai paesaggi. In questo universo segnato dalla siccità, può accadere che una fattoria abbandonata appaia improvvisamente dietro i bossi e le querce, come la silenziosa vestigia di una vita un tempo radicata su questi altipiani.

La strada distende quindi il proprio nastro tranquillo, pacifico, quasi monotono nella sua semplice bellezza. Lo sguardo si perde in paesaggi spesso sublimi. Su questo sorprendente cammino, che si sa essere di origine romana, probabilmente risistemato e in alcuni tratti asfaltato dagli uomini, ci si può ormai sentire soli, quasi isolati nel cuore della natura selvaggia. Lungo i Cammini di Santiago in Francia, infatti, il gruppo dei pellegrini si disperde progressivamente con il passare dei chilometri, un fenomeno molto diverso da quello che si osserva sulle strade spagnole. 

Anche se qui si cammina sull’asfalto, il percorso prosegue tranquillo, quasi monotono nella propria bellezza naturale. Non si sottolineerà mai abbastanza la bellezza dei muretti che scandiscono il percorso. Nei causses, muschi e licheni si insinuano ovunque, sulle pietre e sugli alberi, vivi o morti, tessendo nello spazio spesse cortine vegetali. Lungo la strada si apre talvolta una piccola radura. Lo sguardo si posa allora sulle rare tartufaie lavorate oppure sulla steppa che si estende fino all’orizzonte. 

Le querce regnano qui sovrane, ma di tanto in tanto si scorgono anche aceri campestri o aceri di Montpellier, alberi discreti ma molto diffusi nei causses del Quercy. Qua e là sopravvivono alcune ginestre affaticate e innumerevoli cornioli, che ormai occupano le siepi. Un tempo, tuttavia, i bossi dominavano ampiamente i margini dei cammini. Quasi eterni, conservavano il fogliame verde, talvolta sfumato d’arancio, per tutto l’anno. Purtroppo sono quasi scomparsi, devastati negli ultimi anni dalla piralide del bosso. Anche i ginepri sono diventati più rari. Ma la natura detesta il vuoto e oggi sono i cornioli ad averne preso il posto. Per quanto tempo, nessuno potrebbe dirlo.

Tratto 3: Qualche lieve ondulazione lungo il Cami Ferrat

 

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso : percorso senza alcuna difficoltà.

Nulla si muove e nulla cambia sotto la silenziosa protezione delle querce. Basta avanzare e lasciarsi trasportare dal silenzio. 

Poco più avanti, il GR65 attraversa la piccola strada che conduce a Biargues. Di tanto in tanto, un veicolo solitario percorre queste strade isolate dell’entroterra.

Dopo questa biforcazione, il GR65 ritrova la nobiltà del cammino di terra. Qui il fondo battuto è talmente liscio che si potrebbe quasi giocare a bocce.

Il percorso si avvicina a Cahors, ma la città è ancora lontana, poiché restano sedici chilometri di cammino.

Il cammino ritrova allora quell’ambiente così particolare nel quale lo sguardo si perde in paesaggi spesso sublimi, punteggiati da muretti di pietra che disegnano nella luce la vera firma dei causses. 

Eppure, il paesaggio cambia poco alla volta. Il cammino si avvicina a una regione più abitata. In questo universo austero, può accadere che una *gariotte” abbandonata appaia dietro le querce, simile a un fantasma benevolo posato ai margini del tempo.

Più avanti, un cartello annuncia un riparo, servizi igienici e soprattutto acqua. Se ne comprende rapidamente il motivo, poiché lungo questa parte del percorso non vi è alcuna possibilità di rifornimento. Nessun bar dove riposarsi e nessun paese nel quale fare tappa. Soltanto la natura selvaggia a perdita d’occhio e alcuni pellegrini che avanzano, per lo più felici di trovarsi qui.

I servizi igienici si trovano a pochi passi, all’incrocio con la strada che conduce a Lalbenque. È il secondo riparo segnalato da Bach lungo questo itinerario. In questa zona si trovava un tempo anche il gîte de Gascou, oggi scomparso dalle indicazioni del cammino. La struttura ha cambiato destinazione e funziona ormai come alloggio affittato a settimane. La particolarità della tappa odierna consiste nell’evitare quasi completamente i paesi. Giulio Cesare aveva forse previsto tutto questo? È una domanda curiosa. Il Cami Ferrat si mantiene così lontano dagli insediamenti umani per preservare l’iscrizione del tratto Bach-Cahors nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO?  

Il gîte du Pech, situato più avanti lungo il percorso, è invece ancora segnalato ai pellegrini.

Una magnifica “gariotte” si nasconde qui sotto gli alberi. Nella regione di Cahors si usa più spesso il termine “gariotte” che “caselle”. Qualunque sia il nome, il fascino rimane intatto. Queste piccole costruzioni in pietra a secco possiedono sempre qualcosa di misterioso, quasi fiabesco, come se potessero diventare la dimora di improbabili folletti dei causses. 

Il cammino riprende quindi le sue eleganti ondulazioni attraverso il causse. Non ci si stanca facilmente di questo paesaggio. A tratti, tuttavia, oltre i muretti, lo spazio si apre e il cammino respira fuori dal sottobosco. Qua e là compaiono magri prati, che consentono ad alcuni rari agricoltori di sopravvivere grazie a un po’ di allevamento. Talvolta si scorgono anche coltivazioni esitanti, modesti cereali che sembrano faticare a crescere su questa terra aspra.

Ma la radura dura poco e il cammino preferisce rapidamente ritrovare la copertura del sottobosco, dove sembra sentirsi più a proprio agio, nascosto allo sguardo degli uomini. 

Improvvisamente il paesaggio cambia, quasi come se si fosse attraversato un confine invisibile. Anche il tracciato del cammino si trasforma. Da rettilineo diventa più sinuoso e comincia a serpeggiare nella foresta. Sì, il cammino cambia davvero.

Le pietre diventano più numerose e più grandi, mentre la pendenza aumenta.

Al termine della discesa, il cammino raggiunge una piccola strada asfaltata in una modesta pianura.

Ai margini della strada si trova la fontana di Outriols. Qui l’acqua non è potabile. Probabilmente serve ormai soltanto ai rospi e ad alcuni discreti abitanti dei fossati durante la stagione umida.

Occorre quindi lasciare il cammino di terra e seguire la strada asfaltata che conduce alla biforcazione di Le Pech e Laburgade. Non è probabilmente il tratto più entusiasmante della giornata. Non vi è tuttavia alcun motivo per lamentarsi, perché non si può sempre camminare nell’eccellenza.

Poco più avanti si raggiungono i dintorni della località di Le Moulin-Bas, a circa 14 chilometri da Cahors. Non avete ancora percorso la metà della tappa. 

Alcuni bei fienili in pietra compaiono ancora ai margini del cammino, anche se non è sempre possibile sapere se siano tuttora utilizzati. La strada continua a distendere le proprie curve tranquille nella pianura.

Finisce poi per raggiungere un incrocio sperduto nella natura, dove il percorso cambia direzione.

Un’altra piccola strada sale quindi dolcemente su una collina. Sul GR65 non vi è praticamente alcun rischio di perdersi, poiché la segnaletica è impeccabile.

La strada sale leggermente fino alla biforcazione di Le Pech. Il GR65 non attraversa direttamente il paesino e occorre compiere una deviazione di circa 800 metri per raggiungere il gîte.

Un cammino di terra riprende allora dolcemente in direzione del sottobosco.

Tratto 4: L’attraversamento dell’autostrada prima di ritrovare il causse

 

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso : alcuni tratti in forte pendenza, spesso su pietraie.

Il cammino costeggia quindi il ruscello di Cieurac, all’ombra degli alberi.

È un autentico scrigno di verde, dove il piccolo ruscello si nasconde, timido e quasi invisibile sotto il fogliame. Per quanto ci riguarda, non lo abbiamo mai visto scorrere.

Eppure, un tempo l’acqua doveva passare di qui per far girare le pale del Moulin-Bas. Oggi, quasi ovunque, il Cammino di Santiago assomiglia a un museo a cielo aperto, popolato di antiche vestigia che conservano sempre qualcosa di grazioso e malinconico.

Se il mormorio regolare delle pale è scomparso da tempo, purtroppo non è così per il rumore dell’autostrada vicina, della quale si percepisce già il ronzio continuo dei motori. 

Il cammino si avvicina lentamente a questa civiltà della strada, avanzando quasi in punta di piedi, come se ne diffidasse.

IPoco dopo attraversa il ruscello di Cieurac e sbocca in una sorta di terra di nessuno, davanti a un nodo stradale piuttosto complesso. La direzione conduce dapprima all’incrocio con la D6, la strada di Cahors, ai piedi dell’autostrada. 

In questo intreccio di strade che bisogna inevitabilmente seguire, il pellegrino percorre per un breve tratto la D6, che qui svolge la funzione di viabilità parallela all’autostrada. 

Per il camminatore, il seguito è più semplice di quanto possa sembrare. Poco più avanti, a un nuovo incrocio, basta proseguire diritto lungo uno stretto sentiero, perfettamente segnalato. In questo universo di cemento e asfalto occorre tuttavia prestare attenzione ai segnavia del GR, per evitare di ritrovarsi per errore sull’autostrada. La configurazione dei luoghi è talmente complessa che quasi sarebbe stato necessario scavare un tunnel di cinquecento metri per permettere ai pedoni di passare sotto l’autostrada.

Lo stretto sentiero si fa allora strada tra le erbe alte, come in uno slalom improvvisato, prima di raggiungere poco più in alto la D6, in corrispondenza della rampa che supera l’autostrada.

La D6 passa sotto l’autostrada attraverso un discreto sottopassaggio. Davanti a voi si erge quindi un terrapieno, quasi il preludio a un piccolo esercizio destinato a risvegliare le articolazioni del camminatore. 

La breve salita su questo pendio di terra color ocra, tra le erbe spontanee, dura poco. Ben presto ritrovate un cammino roccioso che sale leggermente e offre una vista aperta sull’autostrada. Il contrasto è sorprendente. Dopo aver camminato per chilometri in un silenzio quasi assoluto, vi ritrovate improvvisamente immersi nel frastuono della civiltà. È l’autostrada A20, chiamata qui l’Occitane.

Da questo punto elevato lo sguardo domina ampiamente l’autostrada e la strada dipartimentale D6, che accompagnerete per quasi un chilometro. 

Il cammino segue quindi la D6 rimanendo sul terrapieno, senza allontanarsene realmente.

Poi se ne distacca per ritrovare le pietre e l’asprezza del causse. Il sentiero diventa stretto, quasi segreto, e sale con decisione lungo il pendio. 

Più in alto, il cammino si avvicina nuovamente alla D6, che finisce per costeggiare per alcune centinaia di metri. 

In località Le Gariat, il GR65 lascia finalmente la strada di Cahors e svolta bruscamente ad angolo retto per rientrare nel sottobosco.

Da qui vi trovate ormai a 11 chilometri da Cahors.

Stanco di costeggiare l’autostrada, i suoi spazi vuoti e il suo universo banale, il cammino ritrova la propria anima e si inoltra nuovamente nel sottobosco. Poco alla volta il rumore dei motori si spegne tra gli alberi. Che silenzio! Si percepisce quasi il fruscio delle foglie mosse dal vento leggero. Il GR65 riprende tra le pietre e il sentiero sale fino alla sommità della collina.

Raggiunge quindi una strada asfaltata che segue in piano per alcune centinaia di metri. Sul Cammino di Santiago asfalto, terra e pietre convivono perfettamente. Si adattano gli uni agli altri, perché se i cammini appartengono ai pellegrini, chi vive qui deve pur potersi spostare ogni giorno senza affrontare buche e sobbalzi dei sentieri,

Più avanti, il GR65 ritrova tutto ciò che caratterizza i tipici cammini dei causses: pietre sparse sul fondo, muretti a secco talvolta ricoperti di muschio e le innumerevoli querce che dominano il paesaggio. Per il camminatore è soltanto felicità.

Il cammino si concede ancora qualche momento in questo scenario familiare e passa accanto a un serbatoio. C’è davvero acqua da queste parti? Probabilmente sì, anche se rimane discreta in questa terra di siccità.

Ma questa tranquilla passeggiata dura poco. Ben presto si intuisce che il pendio diventa ripido lungo il cammino che scende nella steppa.

A questo punto il piacere è davanti a voi, almeno finché non protestano le ginocchia e le articolazioni, già messe alla prova dai chilometri percorsi. Qui la pendenza sfiora infatti il 15% e il cammino è costituito da una vera pietraia di grossi massi, simile a quelle che si incontrano sulle Alpi. Eppure il paesaggio rimane fedele a sé stesso, austero e immutabile nello stesso tempo.

La discesa continua, lunga e insistente, fino al fondo di una conca. Talvolta le pietre rotolano sotto i piedi. Prudenza, soprattutto per i pellegrini meno sicuri, perché questo passaggio può diventare difficile, in particolare con il terreno bagnato.

Alla fine della discesa, un vecchio cartello indica Cahors a 10 chilometri di cammino.

Naturalmente il Cammino di Santiago assomiglia spesso a uno scivolo naturale. Dopo il piacere della discesa arriva inevitabilmente quello della risalita.

Qui la salita ritrova quasi la stessa inclinazione e la medesima severità. La pietraia, tuttavia, è scomparsa, quasi dissolta nella terra, lasciando il posto a pietre più discrete ma spesso molto affilate sotto le suole.

Alcuni pellegrini sudano copiosamente. Coraggio! È probabilmente l’unico vero sforzo richiesto durante la tappa di oggi. 

La natura, invece, rimane fedele a sé stessa: selvaggia, arida fino all’osso, aspra ma ricca di carattere. Più in alto la pendenza si attenua quando il cammino passa accanto a una bella rovina in pietra.

Più avanti il cammino raggiunge i margini di un campo da calcio.

Un tempo il punto di ristoro del Repose-Pieds rappresentava una sosta tanto gradita quanto irrinunciabile sul Cammino di Santiago. Era spesso qui che i pellegrini si ritrovavano per concedersi una meritata pausa. Con ogni probabilità avreste fatto lo stesso. Il cordiale gestore raccontava di vedere ben pochi camminatori passare davanti al suo chiosco senza fermarsi. Oggi tutto sembra finito. Per quanto tempo ancora? Rimangono soltanto un punto d’acqua e alcuni tavoli destinati al pranzo al sacco.

Dall’antico punto di ristoro, il GR65 riprende tranquillamente lungo la strada, quasi in piano, come per concedervi il tempo di riprendere fiato.

Ma questa tregua dura poco. Ben presto si annuncia una lunga discesa. Sotto gli alberi, una piccola “gariotte” sembra rivolgervi un silenzioso cenno di saluto.

Ovunque continua a regnare la siccità, nonostante alcuni magri prati che compaiono talvolta sui fianchi delle colline. Il cammino costeggia per un lungo tratto quella che sembra essere una giovane tartufaia, impiantata sul dorso della collina.

Più in basso la pendenza diventa decisamente più accentuata. Anche le pietre aumentano di numero, pur senza ritrovare la temibile pietraia attraversata poco prima. 

Con una pendenza superiore al 10%, i piedi devono rimanere vigili sulle pietre che rotolano sotto le suole. Tutto intorno, le querce, rade e poco sviluppate, offrono soltanto un’ombra parsimoniosa.

Tratto 5: Ritorno verso una maggiore presenza umana

 

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso : ondulazioni un po’ più pronunciate, ma nessuna pendenza supera il 15%.

 

Questo piccolo gioco lungo il cammino sassoso continua tra querce e boscaglie fino alla biforcazione delle Pradelles, poco prima di Flaujac-Poujols. Anche qui, come avrete ormai intuito, il Cami Ferrat evita il paese. Vi trovate allora a 8 chilometri da Cahors. 

Davanti a voi si presenta una prima ondulazione, ma se ne intravedono già altre in un orizzonte che comincia ad aprirsi. Il percorso si avvicina a Cahors, passando da una combe all’altra. Per concedere alle ginocchia e alle articolazioni qualche momento di tregua dalle montagne russe, basta chiedere. Qui un ampio viale di terra battuta conduce verso La Quintarde e La Marchande, annunciate sulla sommità della collina. All’inizio del cammino, un’altra « gariotte » dalla forma di pan di zucchero sembra attendervi. .

All’inizio, il cammino procede lentamente accanto a una strada sulla quale non passa praticamente nessuno. .

Il fascino di queste lunghe traversate solitarie nel sottobosco, oppure ai suoi margini come in questo caso, consiste nel fatto che si diventa progressivamente più sensibili ai dettagli. Altri non vi presteranno alcuna attenzione e preferiranno lasciare vagare la mente. Per molti camminatori, tuttavia, lo spirito finisce per abituarsi a queste scene tranquille, nelle quali la natura dispiega la propria maestria, talvolta straordinaria, talvolta più ordinaria come qui. Gli antichi operai romani dovettero soltanto raccogliere le pietre che trovavano attorno a loro per consolidare il cammino. Non mancavano allora e, con ogni probabilità, non mancheranno mai. Poco importava se la topografia della regione era accidentata. Bastava seguire i falsopiani e le colline, salire, scendere, poi risalire e ridiscendere, il più delle volte ai margini della foresta. Giulio Cesare probabilmente preferiva vedere le proprie truppe avanzare ai limiti dei boschi, così da potervi trovare rifugio in caso di necessità.

Per molti pellegrini, tuttavia, questo genere di percorso uniforme, privo di sorprese e monotono fino alla noia non riuscirà a elevare lo spirito. Si tratta comunque di quasi due chilometri da percorrere, ripetitivi, da una curva del cammino all’altra. La magia del causse sembra ormai lontana. Vi è soltanto un vantaggio. Il percorso sale appena, anche se il fondo della valle sembra allontanarsi continuamente.

Più in alto, la situazione finalmente cambia. Le pietre tornano sul cammino e ricompare anche la pendenza. È quasi come ritrovare il causse. 

Il cammino sale quindi su una piccola collina spoglia, dove un vecchio e modesto fienile in pietra sembra non attendere più nessuno da molto tempo.  

Poi si inoltra in un piccolo sottobosco fitto e selvaggio. La salita diventa leggermente più impegnativa. È sempre curioso constatare come i pellegrini ricompaiano spesso proprio nei passaggi più difficili. Accade quasi come sulle autostrade, dove i camion sembrano raggrupparsi non appena la pendenza si fa più severa.

In questi luoghi la natura è deliziosamente selvaggia e i licheni si aggrappano ai tronchi degli alberi. Questo angolo deve essere apprezzato dagli abitanti della regione, amanti delle passeggiate tranquille e appartate. 

Più in alto, il sentiero lascia il sottobosco. Rimane ancora una breve rampa prima di raggiungere La Quintarde, che offre un grande parco, camere e una table d’hôtes. Il luogo appare tranquillo e deve attirare numerosi visitatori in cerca di serenità. 

Da La Quintarde, una strada sale brevemente fino alla sommità della cresta, dove si trova un incrocio di piccole strade locali. 

Il percorso segue quindi per alcune centinaia di metri la strada di La Marchande, che conduce al cammino omonimo. Sul Cammino di Santiago, tuttavia, non appena si presenta un’alternativa alla strada, la si preferisce quasi sempre. 

Tra La Quintarde e La Marchande, l’itinerario attraversa in piano una zona di piccole ville. Come accade ovunque, la città si estende progressivamente verso la campagna. È probabilmente l’unico luogo in cui i tracciati antichi avrebbero costretto Giulio Cesare a modificare i propri progetti. Deve comunque essere piacevole vivere qui, sulle alture di Cahors, quasi ancora immersi nella natura.  

Alla fine del cammino, l’asfalto ricompare insieme a un nuovo incrocio di strade.   

Un cartello indica allora il « Cammino di Cabridelle ».

Il percorso segue brevemente la strada asfaltata in direzione del ”Cammino di Cabridelle”. Qui non si tratta realmente di un paese, poiché l’intera cresta è semplicemente punteggiata da ville sparse. 

All’uscita di La Marchande, il GR65 costeggia ancora per qualche tempo la strada prima di ritrovare un sentiero tipico dei causses.

Qui il paesaggio cambia nettamente. Il « Cammino di Cabridelle », terroso e sassoso, si sviluppa in una successione di falsipiani lungo una cresta aperta e maestosa. La vegetazione è aspra, composta da querce rachitiche, ginepri, erbe spontanee e boscaglie che formano uno scenario austero. 

Si avanza quindi sul Pech de Fourques. A ogni curva del cammino, il paesaggio invita a proseguire ancora più lontano, tanto l’insieme è suggestivo.

Tratto 6: In discesa verso Cahors, gioiello del Lot

 

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso : discesa molto ripida, con pendenze che in alcuni tratti superano il 25% prima di raggiungere la città.

Sulla cresta, l’armonia del paesaggio è grandiosa, qualunque sia la direzione in cui si volga lo sguardo. È il maestoso Pech de Fourques che domina Cahors. Questo paesaggio appartiene pienamente all’anima dei causses. Ogni elemento esprime una forma di essenzialità minerale e luminosa, una semplicità quasi primitiva nella quale la terra, il vento e la pietra sembrano dialogare da secoli. Il cammino si distende in lontananza come un nastro chiaro posato sulla pelle aspra dell’altopiano. È formato da polvere chiara e da ciottoli calcarei, sgretolati dal tempo, sbiancati dal sole e levigati dal passaggio di migliaia di camminatori. Qui nulla è veramente diritto né veramente tortuoso. Il tracciato ondeggia dolcemente, seguendo il lieve respiro del rilievo.

Non si vede anima viva. Soltanto lo splendore del silenzio, interrotto a tratti dal canto delle cicale. L’anima si dilata insieme allo sguardo. Da entrambe le parti la vegetazione rimane bassa, quasi umile. Le roverelle dominano questo mondo frugale. Non sono mai maestose come nelle grandi foreste. Qui vivono strette alla terra, modellate dal vento e dalla siccità. I loro tronchi contorti sorreggono rami irregolari, come se ogni albero avesse dovuto lottare per conquistare il proprio posto in questa terra austera. Il fogliame grigio-verde filtra la luce e proietta ombre leggere e mutevoli sul terreno sassoso. Tra le querce compaiono cespugli di ginepro, cornioli e qualche pino isolato aggrappato ai piccoli pianori. L’erba cresce a chiazze irregolari, secca e dorata, mescolata a timo selvatico, serpillo e piccole piante aromatiche che liberano il loro profumo quando vengono sfiorate dai passi.

La terra stessa sembra respirare la luce. Il calcare affiora ovunque, in frammenti, in lastre e in pietre piatte che emergono dal suolo come le ossa di un antico paesaggio. In alcuni punti il cammino diventa quasi bianco, tanto si è accumulata la polvere calcarea. L’immenso cielo completa il carattere quasi irreale di questo luogo. Sui causses sembra sempre più vasto che altrove. Ciò che colpisce maggiormente è il silenzio. Un silenzio ampio e profondo, appena interrotto dal fruscio delle erbe secche. Qui la natura non si mostra mai spettacolare, ma si rivela lentamente, al ritmo del cammino. 

Su questa cresta spoglia il camminatore avanza tra cielo e pietra, immerso in una sensazione di spazio quasi infinito, come sospeso fuori dal mondo.

Al termine di questa lunga cresta capace di riempire il cuore di felicità, il cammino sassoso raggiunge una piccola strada asfaltata.

La strada sconnessa prosegue in piano sul causse, seguendo la cresta per quasi mezzo chilometro. 

Poi, attraverso un’apertura tra le querce, si scorge Cahors, laggiù nella pianura. Dopo lunghi chilometri trascorsi sul causse, in questa austerità di pietra e vento dove il paesaggio sembra immutabile, l’apparizione di Cahors ha il sapore di una rivelazione. È spesso un momento singolare, quasi commovente. Dopo tante ore trascorse in un ambiente austero, silenzioso e quasi minerale, vedere apparire una città restituisce improvvisamente la misura del mondo umano.

Il pellegrino raggiunge il ciglio del pendio e all’improvviso il mondo si apre davanti a lui. La valle appare come una promessa. La strada, fiancheggiata da chiari muretti di pietra, scende con una pendenza molto accentuata, superiore al 25% in alcuni punti, verso Cahors, dove in lontananza si distinguono il ponte ferroviario e, ancora più oltre, il Ponte Valentré. La città si adagia nel cuore della valle del Lot, circondata da dolci colline verdeggianti. I tetti si stringono gli uni agli altri, i quartieri si estendono lungo la valle e la limpida luce del Quercy avvolge l’insieme con una dolcezza inattesa. Tutto appare improvvisamente più vivo, quasi accogliente. Si abbandonano la pietra e il vento per ritrovare gli uomini, il fiume, le case e il discreto rumore della vita. Alla fine del cammino la città attende, serena, come se fosse sempre stata lì ad accogliere coloro che giungono dall’altopiano.

Lo sguardo scivola allora dalle creste spoglie verso le colline arrotondate della valle e poi verso la città stessa, che sembra adagiarsi in uno scrigno di verde. Ma non è soltanto la poesia a scuotere l’animo. C’è anche la severità della discesa, che mette a dura prova ginocchia e articolazioni. 

La strada raggiunge il fondo della discesa in corrispondenza del Chemin du Pech de Fourques, vicino alla linea ferroviaria, nel quartiere Saint-Georges, alla periferia di Cahors. 

Il pellegrino raggiunge quindi il ponte Louis-Philippe. Ai suoi piedi il Lot scorre calmo e tranquillo.

Alla fine del ponte si entra finalmente a Cahors, nel centro della città.

 Cahors

Cahors è l’unica città di medie dimensioni attraversata dal Cammino di Santiago in Francia. L’itinerario francese è stato concepito per evitare i grandi centri urbani, a differenza di quanto avviene in altri Paesi, come ad esempio la Spagna.

La città propriamente detta conta circa 22.000 abitanti, mentre l’area urbana di Grand Cahors ne riunisce quasi 50.000. Racchiusa in un’ansa del Lot, Cahors è divisa in due dal Boulevard Gambetta, il grande asse che attraversa la città con la sua vasta piazza e le numerose attività commerciali. È proprio lungo questo viale che Cahors concentra il suo dinamismo e la sua vivace animazione.

Léon Gambetta (1838-1882), grande uomo politico della Terza Repubblica francese, nacque proprio a Cahors. Subito dopo la sua morte, la città incaricò lo scultore Alexandre Falguière di erigere un monumento in suo onore. La statua di Gambetta, dall’aspetto decisamente marziale, domina una vasta piazza al di sopra di una fontana.

Cahors possiede un patrimonio straordinario, ereditato dall’epoca romana, dal Medioevo e dalla prosperità commerciale della città. Proseguendo lungo il Boulevard Gambetta si incontra la Torre di Giovanni XXII. Jacques Duèze (1244-1334), nato a Cahors, divenne papa ad Avignone nel 1316 con il nome di Giovanni XXII. Fu suo fratello a ricostruire la casa paterna trasformandola in un palazzo. L’edificio fu in seguito demolito per recuperare materiale destinato alla costruzione del Pont Neuf. Ne rimane una magnifica torre di cinque piani. Poco più avanti si erge ancora l’Arco di Diana, uno dei rarissimi resti visibili della città romana. Il monumento faceva parte di un vasto complesso termale costruito probabilmente tra il I e il II secolo d.C. Si tratta di una grande volta a botte edificata in pietra calcarea, uno dei pochi elementi superstiti delle antiche terme che occupavano un’ampia superficie della città romana. Accanto all’Arco si trova un museo in stile neomedievale costruito alla fine del XIX secolo nel parco che lo circonda.

La città vecchia si sviluppa tra il Boulevard Gambetta e il Lot, su uno dei lati dell’ansa del fiume. L’altra metà della città è più moderna e meno interessante. È nel centro storico, attorno al mercato coperto e alla cattedrale, oltre che sul Boulevard Gambetta, che si concentra la vera vita di Cahors, tra vie commerciali e piazze animate.

Il centro storico è inoltre un dedalo di strette viuzze, spesso interrotte da piccoli vicoli ciechi.

Situata nel cuore della città vecchia, la cattedrale di Saint-Étienne, costruita tra l’XI e il XII secolo, è iscritta nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nell’ambito dei Cammini di Santiago in Francia. È celebre soprattutto per le sue cupole. Conserva inoltre la Santa Cuffia di Cristo, riportata dalla Terra Santa. Non è tuttavia l’unica chiesa al mondo a custodire questo prezioso copricapo!  

L’interno della cattedrale è purtroppo piuttosto oscuro, ma le magnifiche vetrate contribuiscono a illuminarlo. 

Il chiostro adiacente fu costruito tra il XII e il XIV secolo in uno stile gotico relativamente sobrio. Era riservato al capitolo dei canonici della cattedrale. Attorno ad esso sorgevano un tempo gli edifici canonicali, oggi scomparsi o profondamente trasformati.   

È un vero piacere passeggiare attorno alla cattedrale, perdendosi tra le strette viuzze del centro storico. 

Vi si incontra anche l’Angelo del Lazzaretto, opera dello scultore locale Marc Petit (1952), una scultura affascinante che raffigura un angelo non trionfante, con le ali pesanti e ricadenti, ma profondamente protettivo, come gli angeli dei lazzaretti nei quali i malati venivano isolati durante le epidemie di peste.

Per molti visitatori, tuttavia, Cahors è soprattutto il maestoso Ponte Valentré, conosciuto anche come Ponte del Diavolo oppure, in occitano, ponte di Balandras. Anch’esso è iscritto nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Recentemente vi sono stati piantati alcuni filari di vite per sottolineare il legame con la tradizione vitivinicola della regione, benché nella stessa Cahors i vigneti siano praticamente assenti. 

Il ponte è lungo oltre cento metri e presenta il caratteristico profilo a schiena d’asino. È formato da sei grandi arcate ogivali in stile gotico ed è affiancato da tre torri quadrate con merli e caditoie che dominano il Lot da circa quaranta metri di altezza.

Una celebre leggenda accompagna la costruzione del ponte. Poiché i lavori procedevano con estrema lentezza, il capomastro concluse un patto con il Diavolo, impegnando in cambio la propria anima. Da quel momento il ponte si innalzò rapidamente. Per salvarsi, il costruttore chiese poi al Diavolo di riempire d’acqua un setaccio attingendo alla sorgente dei Certosini. Per quanto astuto fosse, il Diavolo fallì nell’impresa. Per vendicarsi, tornò ogni notte a rimuovere l’ultima pietra della torre centrale. Questo gioco continuò per secoli. Nel 1879, durante il restauro del ponte, l’architetto fece collocare nello spazio rimasto vuoto una pietra scolpita con l’effigie del demonio. Da allora il Diavolo rimane disperatamente aggrappato alla sommità del ponte.

Alloggi sulla Via Podiensis

 

  • Gîte de Poudally, 440 Chemin de Poudally, Poudally (500 m off GR); 05 65 22 08 69; Gîte, cena, colazione
  • Gîte Latour, Le Pech, Laburgade, Le Pech (500 m off GR); 05 65 24 72 84/06 37 43 60 13; Gîte, cena, colazione
  • Habitat de Jeunes en Quercy, 129 Rue Fondue-Haute, Cahors; 05 65 35 29 32; Gîte, cucina
  • Gîte St Laurent, 15 Rue St Laurent, Cahors; 06 13 37 70 02/05 81 70 16 22; Gîte, colazione
  • Gîte Christophe Estival, 29 Rue du Barry, Cahors; 06 89 77 62 80; Gîte, colazione
  • Gîte Caminoloc, 15 Cours Vaxis, Cahors; 06 25 65 37 59; Gîte, colazione
  • Gîte Maison des Pèlerins, 1587 Rue des Cayssines, Cahors; 05 65 30 03 06; Gîte, cena, colazione
  • Gîte Le Relais des Jacobins, 12 Rue des Jacobins, Cahors; 05 65 21 00 84/06 87 86 89 0 ; Gîte, cena, colazione
  • Gîte Le Papillon Vert, 51 Rue du Tapis Vert, Cahors; 05 81 70 14 09/06 75 80 58 42; Gîte, cena, colazione
  • Auberge de Jeunesse HI, 52 Avenue André Breton, Cahors; 05 36 04 00 80/06 08 97 97 53; Gîte, cena, colazione
  • Chez Pierre, 62 Rue Etienne Brives, Cahors; 06 09 96 28 32; Camera d’ospiti, colazione
  • Le Valentré**, 250 Chemin de la Cartreuse, Cahors; 06 12 26 78 68; Gîte e Camera d’ospiti, cena, colazione
  • Hôtel Jean XXII**, 2 Rue Edmond Albe, Cahors; 05 65 35 07 66; Hotel, colazione
  • Inter-Hôtel Le Valentré**, 2532Avenue Jean Jaurès, Cahors; 05 65 35 16 76; Hotel, colazione
  • Hôtel Le Coin des Halles**, 30 Place St Maurice, Cahors; 05 65 30 24 27; Hotel, cena, colazione
  • Hôtel La Chartreuse**, Quartier St Georges, Cahors; 05 65 35 17 37; Hotel, cena, colazione

 Queste informazioni sono state aggiornate nel 2026. Se consultate questa guida in una data successiva, alcuni dati potrebbero non essere più attuali. Lungo questo itinerario, infatti, ogni anno alcune strutture aprono mentre altre cessano l’attività. Una delle soluzioni più affidabili consiste nell’acquistare Miam Miam Dodo, la vera e propria «bibbia» dei pellegrini per quanto riguarda alloggi e punti di ristoro. La guida censisce anche numerose strutture situate fuori dal percorso principale. Esistono naturalmente altre possibilità, come le guide escursionistiche o le informazioni reperibili su Internet. Tuttavia, nessuna applicazione offre una documentazione altrettanto completa di Miam Miam Dodo, soprattutto perché questa pratica guida viene aggiornata ogni anno.

È consigliabile prenotare gli alloggi in anticipo e verificare direttamente con le strutture i servizi disponibili, come la ristorazione, la fornitura delle lenzuola, i servizi igienici, le docce e gli altri comfort. È inoltre opportuno informarsi già nella tappa precedente sugli orari di apertura dei negozi di alimentari e dei bar, che spesso osservano chiusure durante alcune ore della giornata o in determinati giorni della settimana. Durante questa tappa, le possibilità di alloggio prima di Cahors sono limitate. Esistono alcuni chambres d’hôtes poco distanti dal percorso, utilizzati soprattutto dai pellegrini che non hanno trovato posto a Bach o a Vaylats. A Cahors, invece, sono disponibili circa 350 posti letto, per cui trovare un alloggio non rappresenta generalmente alcuna difficoltà.

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