05: St Alban-sur-Limagnole a Aumont-Aubrac

Nella maestosa bellezza delle foreste della Margeride

 

MILENA DALLA PIAZZA, DIDIER HEUMANN, ANDREAS PAPASAVVAS

 

Abbiamo diviso il percorso in diversi tratti, per facilitare la visibilità. Per ogni tratto, le mappe danno il percorso, le pendenze trovate sul percorso, e lo stato del GR65. I percorsi sono stati disegnati sulla piattaforma « Wikilocs ». Oggi non è più necessario andare con mappe dettagliate in tasca o in borsa. Se si dispone di un telefono cellulare o tablet, è possibile seguire facilmente il percorso in diretta.

Per questo percorso, ecco il link:


https://fr.wikiloc.com/itineraires-randonnee/de-saint-alban-sur-limagnole-a-aumont-aubrac-par-le-gr65-256962922

Non tutti i pellegrini si sentono necessariamente a proprio agio con la lettura dei GPS o con la navigazione sul cellulare, soprattutto perché esistono ancora numerose zone senza connessione Internet. Per questo motivo, per facilitare il vostro viaggio, è disponibile su Amazon un libro dedicato alla Via Podiensis, da Le Puy-en-Velay a Cahors. Molto più di una semplice guida pratica, quest’opera vi accompagna passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, offrendovi tutte le chiavi per una pianificazione serena e senza brutte sorprese. Ma oltre ai consigli utili, vi immerge nell’atmosfera incantevole del Cammino, catturando la bellezza dei paesaggi, la maestosità degli alberi e l’essenza stessa di questa avventura spirituale. Mancano solo le immagini: tutto il resto è lì per trasportarvi nel cuore dell’esperienza.

In aggiunta, abbiamo pubblicato anche un secondo libro che, con un po’ meno dettagli ma con tutte le informazioni essenziali, descrive l’intero percorso da Le Puy-en-Velay a Saint-Jean-Pied-de-Port. A voi la scelta del cammino da intraprendere.

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Se vuoi vedere solo gli alloggi della tappa, vai direttamente in fondo alla pagina.

State per entrare nel dipartimento della Lozère, più precisamente nella Margeride, dall’altro lato della foresta. Il percorso scende e poi risale, accompagnando una lenta transizione verso l’altopiano dell’Aubrac. In questa terra il granito è ovunque, nell’architettura squadrata delle massicce fattorie, nelle fontane, nelle croci. Le vecchie case di granito con i loro tetti di ardesia si perdono nei paesini isolati. Sfidanole condizioni più estreme dell’inverno e raccontano la storia degli abitanti di queste terre, di un paese che un tempo apparteneva alla contea del Gévaudan. La regione è tra le meno abitate d’Europa. Il paesaggio, tuttavia, è di grande bellezza. Il percorso riprende la direzione sud ovest attraverso una campagna disseminata di colline boscose. La Lozère è il dipartimento meno popolato della Francia, con meno di 80.000 abitanti. È anche il più povero, per non dire molto povero. Vi si sono sviluppate poche industrie, senza però alterare minimamente paesaggi di rara bellezza, dove la pesca alla trota rimane un piacere autentico. A nord, sui causses e sulle dolci colline dell’Aubrac e della Margeride, a sud sui pendii delle Cévennes, al tramonto, quando le mucche rientrano o si sdraiano vicino ai fili spinati, l’anima vaga insieme a Virgilio. La Lozère, come già ricordato nella tappa precedente, è in realtà l’antico Gévaudan e, tornando ancora più indietro nel tempo, la terra dei Gabali, fieri nemici dei Romani, che avevano la loro capitale a Gabalum, oggi divenuta un tranquillo villaggio nel cuore del dipartimento con il dolce nome di Javols.

Il dipartimento della Lozère deve il proprio nome alla principale montagna situata sul suo territorio, il Mont Lozère. Sebbene sia costituito in gran parte dai territori dell’antico Gévaudan, comprende anche, nella parte meridionale, regioni appartenute alle antiche diocesi di Uzès e Alès, nel Languedoc. Il GR65 non attraversa il sud del dipartimento. Sfiora soltanto la Lozère nella sua parte settentrionale, tra i dipartimenti dell’Haute Loire e dell’Aveyron. La Lozère presenta un rilievo interamente montuoso, attraversato dalle Cévennes e dai loro contrafforti, costituiti a nord dalle montagne, o meglio dalle grandi colline, della Margeride e dell’Aubrac.

Difficoltà del percorso: L’itinerario non presenta particolari difficoltà, con un dislivello molto contenuto (+78 metri / -394 metri). Si tratta soprattutto di una lunga discesa attraverso alti altopiani coperti da prati verdeggianti o lande di ginestre ed eriche, con qua e là piccoli boschi.

Stato del GR65: Oggi questa è una tappa particolarmente apprezzata dai pellegrini. L’asfalto è molto scarso, cosa piuttosto rara e degna di nota:

  • Asfalto: 3.7 km
  • Cammini: 11.7 km

È molto difficile specificare con certezza le pendenze dei percorsi indipendentemente dal sistema utilizzato.

Per dislivelli reali , rileggi l’avviso del chilometraggio nella pagina di benvenuto.

Tratto 1: Una breve pianura, poi qualche salita per il piacere della fatica

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: : percorso spezza gambe.

Il GR65 parte dalla parte bassa del paese, all’altezza del municipio, e scivola dolcemente attraverso le tranquille strade ancora immerse nella quiete del mattino, prima di raggiungere la strada dipartimentale D987.

Come spesso accade, il percorso lascia il centro abitato senza troppi riguardi, seguendo un nastro d’asfalto che costeggia alcune modeste attività artigianali, discreto richiamo al mondo contemporaneo che il pellegrino si appresta a lasciarsi alle spalle.

Proseguendo, la strada conduce a un piccolo parco, quasi sospeso nel mezzo di un popolo di abeti rossi, dove l’aria si fa più fresca e impregnata del profumo delle resine.

Poi, fedele alla sua consueta malizia, il GR65 gioca uno dei suoi scherzi: una salita decisa, quasi brusca, seguita da una discesa altrettanto rapida, semplicemente per ritrovare la strada poco più avanti. Gli ideatori dei cammini di Santiago sembrano nutrire una diffidenza istintiva verso gli assi stradali principali. Li si comprende, naturalmente, ma qui la deviazione si paga con un notevole sforzo. Ben presto il tracciato devia verso una stretta strada asfaltata che dapprima sale dolcemente tra sottoboschi e prati aperti.

A metà salita l’asfalto scompare, lasciando il posto alla nuda terra. Il cammino, ormai libero da ogni compromesso, si raddrizza e impone una salita più severa fino alla linea di cresta. Attraverso cortine di vegetazione appena socchiuse, lo sguardo già fugge verso il vasto altopiano di St Alban-sur-Limagnole. 

Più nessun albero allora, soltanto terra chiara e polverosa, quasi minerale, fino a quando appare, ritagliata contro il cielo, la sagoma di una croce eretta sulla sommità.

Lassù, sulla cresta, il panorama si apre con una generosità quasi teatrale sulla valle. È forse per questa ricompensa che il cammino ama tanto i suoi giri tortuosi? Ufficialmente si tratta di evitare le strade dipartimentali; in realtà queste elevazioni sembrano rispondere anche a una logica più segreta. È spesso in questi luoghi esposti che sorgono le croci più belle. Il pellegrino, nello stesso movimento, conquista il proprio cielo durante la salita, si concede un momento di raccoglimento sulla vetta e poi si abbandona alla discesa come a una forma di espiazione.

 

Dalla croce il cammino si tuffa con decisione sulla terra battuta in direzione di Grazières Mages. Il passaggio sfiora qui il sublime. Di fronte si erge già il margine di una foresta che presto dovrà essere scalata, perché su questi cammini ogni discesa porta con sé la promessa di una nuova salita. 

Grazières Mages non è altro che un piccolo gruppo di robuste case costruite in pietra e coperte da tetti in “lauzes”, dove si percepisce ancora una vita agricola semplice e tenace.

All’uscita del paesino, il cammino scende verso la pianura e attraversa la Limagnole, modesto corso d’acqua che assomiglia più a un torrente allargato che a un vero fiume.

Qui, come previsto, l’itinerario ritrova la strada dipartimentale. La parentesi si chiude e il cammino, trattenuto solo per un istante, si prepara a riprendere slancio.

Ma già si profila una nuova fatica: basta alzare gli occhi verso il sentiero sinuoso che serpeggia sulla collina di fronte per capire che il seguito non sarà affatto riposante. 

Non appena attraversata la strada dipartimentale, il cammino riprende i propri diritti e non concede alcun favore. Scavato nel granito, sale in stretti tornanti, quasi aspri, serpeggiando tra le radici nodose dei pini. Le profonde carreggiate erose testimoniano la forza dell’acqua. È facile immaginare ciò che accade qui durante le forti piogge. In quei momenti, come spesso avviene sui pendii del Cammino di Santiago, il sentiero cessa di essere un passaggio per trasformarsi in un torrente. Occorre allora scegliere con prudenza le pietre, come fragili isolotti, per salvare scarpe e calze.

Appena iniziata l’ascesa, si entra in un’ombra fresca, quella proiettata dai pini fitti sotto i quali si intrecciano cespugli e giovani germogli. La pendenza si impenna senza esitazione, sfiorando il 20%, imponendo immediatamente il proprio ritmo e le proprie esigenze. Il paesaggio possiede qui una rude luminosità, come una terra che non cerca né di sedurre né di nascondersi. Il sentiero, sassoso e irregolare, sale con ostinazione, scavato tanto dai passi degli uomini quanto dal paziente lavoro delle acque. La terra chiara e polverosa si mescola a pietre instabili che rotolano sotto i piedi, ricordando costantemente la presenza grezza del granito. Nulla è docile qui: tutto trattiene, tutto resiste, come se il luogo volesse mettere alla prova chi lo attraversa.

Da entrambi i lati, la vegetazione si fa più fitta, bassa e tenace. Giovani pini si slanciano in apparente disordine, mescolati a erbe secche e cespugli più robusti. In alcuni punti la roccia affiora nuda e incisa, come se la collina fosse stata aperta per rivelare la propria ossatura minerale.

Talvolta le radici sbarrano il passaggio, annodate come liane, ostacolando il cammino e costringendo a sollevare il passo. Altrove il sentiero si incava in un vero corridoio di polvere chiara, quasi un canyon in miniatura scolpito nella roccia madre, aspra e friabile, dove ogni passo solleva un po’ di questa terra antica.

I momenti di tregua sono rari in questa progressione quasi epica, come se il cammino rifiutasse ostinatamente di concedere la minima facilità.

E infatti la calma non dura mai a lungo. Ben presto la pendenza si accentua nuovamente, severa, avvicinandosi al 15%, imponendo uno sforzo continuo. Il terreno alterna roccia nuda, dura e implacabile, e autentici scivoli di terra compatta, dove il piede cerca il proprio appoggio tra pini, querce e faggi.

Lungo il percorso si aprono qua e là falsi pascoli, radure incerte dove affiorano ceppi e radici intrecciate nel terreno, come vestigia di una foresta primordiale che non è mai scomparsa del tutto. I boschetti diffondono profumi dolci e resinosi. La foresta assume qui una dimensione quasi incantata: si rivela poco a poco durante la salita, come se accettasse di svelare i propri segreti al camminatore perseverante. La luce, filtrata dalla volta vegetale, gioca con le ombre e compone una vera culla di fogliame. In questo silenzio abitato non è difficile lasciarsi trasportare dall’immaginazione: si potrebbe quasi credere di intravedere, dietro i tronchi e nel caos delle radici nodose che invadono il sentiero, la presenza furtiva di esseri invisibili, come se da un momento all’altro potessero emergere elfi da questo mondo sospeso tra realtà e leggenda.

Ancora uno sforzo, un ultimo slancio di energia tra radici insidiose e pietre sfuggenti, e già si percepisce che il respiro potrà finalmente ritrovare la calma.

Poi, quasi senza preavviso, il cammino si addolcisce, come se accettasse infine una tregua. Ma la natura non cede nulla della propria forza: resta integra, primitiva, indomabile, selvaggia fino all’eccesso, in un mondo preservato dalla mano dell’uomo, che qui ha scelto di non addomesticare ciò che desiderava rimanere libero.

Tratto 2: Sull’altopiano di Chabannes

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso senza difficoltà fino alla difficile discesa verso Les Estrets.

Sulla sommità della collina, su un vasto altopiano finalmente conquistato, il cammino si apre ampiamente su radure inondate di luce, dove si mescolano ginestre, pini e qualche frassino o faggio ormai più raro, come trattenuto ai margini del bosco, incapace ormai di imporre la propria ombra al paesaggio. .

Se i contadini hanno lasciato qui i boschi ritornare a una forma di selvatichezza, continuano tuttavia a trarre sostentamento da questa terra austera. Su questi terreni ingrati crescono soltanto alcune cereali resistenti: la segale, il triticale e l’avena, colture modeste ma tenaci, a immagine di questa regione.

In questo contesto non si può che apprezzare la presenza di acqua fresca presso l’area di sosta all’ingresso di Chabannes Planes, un dettaglio prezioso che qui, più che altrove, acquista tutto il suo valore.

Il paesello appare allora come un’isola di tranquillità, quasi fuori dal tempo, dove le case di pietra sembrano appartenere al paesaggio da sempre. Il granito è onnipresente: nei muri spessi, negli edifici talvolta abbandonati, ma anche nelle testimonianze di un passato laborioso, come l’antica struttura utilizzata per ferrare i buoi, oggi silenziosa. 

Perfino la vecchia fontana, la cui acqua si è prosciugata da tempo, sembra immobilizzata in un’eternità minerale. Eppure, sotto questa apparente immobilità, la vita continua: alcuni greggi animano i prati circostanti, ricordando che questo mondo, che potrebbe sembrare spento, respira ancora lentamente. .

E sempre, lungo il cammino, si ergono queste croci di pietra, modeste ma commoventi, attorno alle quali i pellegrini depongono piccoli sassi, formando nel tempo fragili mucchietti, come silenziose tracce del loro passaggio. e. 

All’uscita del paesello, il GR65 si distende pigramente attraverso i prati, come se si prendesse il tempo di respirare prima di ripartire verso nuove distanze.

Più in alto, presso una nuova croce di granito eretta come un punto di riferimento immutabile, il GR65 abbandona l’asfalto per ritrovare la carezza morbida e familiare del cammino sterrato.

Il cammino si disperde allora sull’altopiano, serpeggiando tra pini, faggi, castagni e frassini. In alcuni punti i boschi si aprono, lasciando spazio a qualche recinto coltivato. Ma ben presto, quando lo sguardo si spinge verso l’orizzonte, si intuisce che le colline che chiudono il panorama restano per la maggior parte selvagge e incolte, coronate da boschetti e cespugli. 

Nella foresta di Chabannes si potrebbe credere che un pellegrino abbia costruito questo riparo per trovarvi rifugio al calare della notte. Purtroppo non è così: queste capanne non sono altro che i silenziosi appostamenti dei cacciatori di colombacci.

Il GR65 si inoltra quindi sull’altopiano, penetrando in una foresta di pini diritti e serrati come un esercito di fiammiferi. Lungo ampie piste di terra, questi alberi erigono una muraglia vegetale attorno a questi luoghi solitari. È una massa continua, quasi compatta, di alberi scuri senza essere minacciosi.

Poi il cammino esce dalla foresta, ma pini e frassini rimangono presenti, dispiegando le loro chiome come grandi ombrelli sotto i quali aleggia una profonda sensazione di serenità, calma e pace.

Il cammino si attarda allora sull’altopiano, passeggiando sotto gli alberi in compagnia del bestiame. La natura irradia qui una luce quasi solare, dolce e avvolgente. 

Tutto diventa grazia e armonia in questi luoghi, lungo un cammino liscio e accogliente dove si procede senza sforzo, trasportati dalla dolcezza del paesaggio.

All’estremità dell’altopiano, l’ampio cammino si avvicina poco a poco al margine della foresta, come attirato dall’ombra fresca degli alberi.

Qui il paesaggio cambia improvvisamente. Il cammino forestale inizia a serpeggiare dolcemente attraverso una pineta slanciata e maestosa. Il terreno, chiaro e sabbioso, è inciso da leggere carreggiate e disseminato di radici affioranti, come se il passaggio ripetuto dei camminatori avesse pazientemente modellato la terra. Da entrambi i lati i pini si elevano alti e diritti, i loro tronchi sottili formando colonne regolari che salgono verso una chioma ariosa attraverso la quale filtra la luce. 

Poi la pendenza si fa più insistente. Il cammino si trasforma in una sorta di chiara gola scavata dall’acqua e dal tempo, come una dolce cicatrice nella terra pallida. Scende lentamente tra due argini friabili, dove affiorano le radici e dove le pietre arrotondate testimoniano una lenta erosione. Da entrambe le parti i pini vegliano, slanciati e flessibili, e i loro tronchi leggermente inclinati sembrano accompagnare la discesa.

Poi le cose si complicano seriamente. Lo sguardo si posa su un cammino scavato e pietroso che precipita lungo il pendio in ampi solchi polverosi, incisi dal tempo, dalle acque e dalle piogge, dove talvolta il granito affiora senza alcuna indulgenza. Qui ginocchia e caviglie vengono messe a dura prova. E quando piove, diventa un autentico festival di scivolate, una « delizia » di cui si farebbe volentieri a meno. La pendenza raggiunge il 30%. 

Al termine di questa impegnativa discesa, il cammino arriva a Les Estrets, dove il paesaggio cambia bruscamente, come se si oltrepassasse una soglia invisibile.

Les Estrets, con le sue belle case di granito grigio e i tetti coperti di lucenti ardesie, è un villaggio nato da un passaggio, quello di un guado sulla Truyère. La chiesa, quasi nascosta, sembra incastonata nel tessuto compatto delle abitazioni, tanto che è difficile avvicinarla.

Il GR65 lascia Les Estrets seguendo l’asfalto, raggiunge un incrocio e si dirige verso il paesello di Pont des Estrets, là dove la Truyère si lascia attraversare.

Qui sorgeva un tempo una commenda dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, dove si riscuoteva un pedaggio per attraversare il fiume. A poca distanza dal villaggio, presso la località chiamata La Truyère, il corso d’acqua scorre discretamente. A prima vista nulla di impressionante: un modesto filo d’acqua, quasi timido. Eppure, a tratti, si fa sentire, mormorando e gorgogliando tra le pietre. Nato in Margeride, questo paziente torrente cresce poco a poco, raccogliendo le acque dei corsi vicini prima di consegnarsi più lontano al Lot, suo signore e padrone, presso Entraygues sur Truyère.

All’angolo di alcune case di pietra del paesello, il GR65, fedele al suo gusto per l’altitudine, riparte all’assalto risalendo severamente verso Bigose lungo un cammino impegnativo. .

Il cammino assume allora l’aspetto di una « draille », gli antichi percorsi per il bestiame dell’Aubrac, fangosi, sassosi e insidiosi per i piedi. Il GR65 entra così nell’Aubrac seguendo le tracce di un’antica via: la Via Agrippa, che un tempo collegava Lione a Tolosa.

Tratto 3: La porta dell’Aubrac

 

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso molto spezza gambe.

Qui il cammino sale in silenzio, scavato in una terra chiara e asciutta, disseminata di sassi che rotolano sotto i piedi come piccoli ostacoli da addomesticare. Serpeggia tra ciuffi d’erba bassa e ginestre, il cui verde un po’ severo contrasta con il pallore del terreno. Qua e là si ergono alcuni pini solitari, dalle sagome leggermente inclinate, come modellate dal vento e dal tempo. In questa semplicità quasi spoglia vi è qualcosa di profondamente rasserenante: una bellezza senza artifici, fatta di silenzio, brezza leggera e passi regolari. Uno di quei luoghi dove si avanza senza fretta, trasportati dal paesaggio tanto quanto dal cammino stesso. Del resto, la pendenza stessa sembra invitare a procedere con calma.

E questo piacere dura a lungo, lungo questo cammino leggendario, sempre accompagnato dalle ginestre e dai pini.

Più in alto la pendenza si addolcisce, ma il paesaggio non perde nulla del suo splendore.

Il cammino raggiunge presto Bigose, in cima alla salita.

Lì si erge una piccola croce di pietra, umile e silenziosa, come se fosse sempre stata al suo posto. Il suo granito, consumato dalle stagioni, conserva la memoria del tempo: muschi, licheni e granuli spaccati raccontano anni di vento, pioggia e sole. Da questo luogo emana una pace discreta, quasi segreta, una sosta fuori dal tempo, dove lo sguardo si ferma spontaneamente, come invitato a ricordare o semplicemente a tacere.

Bigose è un piccolo gruppo di solide case in pietra, saldamente ancorate al paesaggio, dove è possibile trovare alloggio e ristoro in una semplicità calorosa.

L’anima contadina è onnipresente. Basta alzare gli occhi per scorgere, su una facciata, il murale di un possente toro dell’Aubrac, raffigurato con forza, come un omaggio a questa terra aspra e viva. 

All’uscita di Bigose, un cammino sterrato si attarda tra i pascoli, come se esitasse ad abbandonare queste tranquille alture. Si distende per quasi un chilometro, seguendo dolci ondulazioni che accompagnano il passo. 

Non è propriamente la campagna familiare. Qui si incontrano piuttosto lande povere e severe, dove pascolano le mandrie. Una terra austera ma bella, sempre più silenziosa, delimitata dalla massa scura delle foreste di conifere che vegliano all’orizzonte.

Poco dopo, il cammino torna a salire e la pendenza diventa più impegnativa. I sassi si moltiplicano sotto i piedi, rendendo l’avanzata più attenta, quasi meditativa. .

La salita si fa ancora più dura lungo un cammino ingombro di grandi pietre che ostacolano la marcia. Con la pioggia, il percorso si trasforma in un vero letto torrentizio, scavato da profonde carreggiate dove l’acqua scorre con vigore, imponendo al viandante prudenza e umiltà.

Un tempo qui si allineava una maestosa fila di pini silvestri, sagome quasi spettrali che offrivano al cielo le loro cime affusolate. Si slanciavano snelli e spogli, come immensi pali emersi dalla terra, dominando la vegetazione selvaggia. Oggi il paesaggio assume toni quasi fantasmagorici: tronchi abbattuti, resti sparsi di una foresta scomparsa e ginestre che riconquistano lentamente lo spazio, in una strana e commovente ricomposizione del vivente.

La salita si fa progressivamente meno severa man mano che si raggiunge l’altopiano, come se anche lo sforzo si placasse con l’altitudine.

Sulla sommità della cresta, in questo paesaggio magnifico e quasi uniforme, il cammino si stabilizza e prosegue per molti chilometri quasi in piano. Qui le mandrie dell’Aubrac hanno ripreso possesso del territorio, restituendo vita a questi vasti spazi aperti. 

Lungo il cammino, i pini lanciano verso il cielo le loro leggere guglie: imperiali, slanciati, perfettamente diritti. Si loda spesso la loro eleganza e a ragione. Ricordano talvolta colonne antiche, erette con austera nobiltà. Faggi, querce e frassini, più massicci, sembrano rifiutare di scomparire, apportando a loro volta una presenza solida e rassicurante.

Sull’altopiano il cammino avanza tra vere e proprie siepi d’onore formate dai pini. Tuttavia l’interno della foresta non appare particolarmente oscuro. La pineta rimane luminosa e ariosa, punteggiata da rari cespugli e arbusti di ogni specie. I pini, però, impongono la propria legge: la loro massa soffoca spesso gli arbusti che hanno osato crescere troppo vicino a loro. 

Poco più avanti, una grande croce di granito grezzo segna un incrocio che sembra esistere soltanto per la gente del posto. Il cammino, invece, non esita e prosegue diritto.

All’incrocio potreste incontrare una simpatica signora che offre bevande ai pellegrini di passaggio, una sosta gradita nel cuore di questi vasti spazi. 

Si aprono allora lunghissimi attraversamenti, a metà strada tra campagna e sottobosco, sui contrafforti dell’Aubrac. La pista di terra, ampia e regolare, non richiede quasi alcuno sforzo: basta lasciare che il passo scivoli tranquillamente in avanti.

Tratto 4: La porta dell’Aubrac

Panoramica generale delle difficoltà del percorso: percorso senza difficoltà.

Poiché la fatica si fa discreta, lo sguardo si sofferma volentieri sulle ginestre che bordano il cammino, su una croce di ferro infissa in un basamento di granito o su alcune rare e modeste coltivazioni, quasi timide in mezzo a tanta vastità.

È la passeggiata allo stato puro, una marcia semplice e continua che si prolunga in questo paesaggio grandioso, senza ostacoli né costrizioni.

Più avanti si ha l’impressione che lo spazio si apra ancora di più, che gli alberi allentino progressivamente il loro abbraccio per lasciare respirare la luce.

Si potrebbe camminare così per ore, trasportati da una dolce felicità. Ma, come sempre, questi momenti sospesi hanno una fine: il cammino raggiunge infine una piccola strada asfaltata.

Il GR65 la segue per un breve tratto, appena un centinaio di metri. Una breve parentesi prima di ritrovare rapidamente la terra battuta.

Il cammino riparte allora ai margini delle coltivazioni, su una strada ghiaiata. Da qui la natura sembra perdere un poco della sua magnificenza. I pascoli cedono gradualmente il posto ai campi coltivati. Gli eleganti pini scompaiono dai bordi del cammino, sostituiti da cespugli più comuni ed erbe selvatiche. Anche la terra battuta, un tempo morbida sotto i piedi, si copre ormai di ghiaia. È il segno che ci si avvicina rapidamente alla civiltà. Dopotutto, bisogna pur macinare il grano per nutrire gli abitanti di Aumont Aubrac? 

Al termine del cammino appare finalmente Aumont Aubrac, la porta dell’Aubrac. 

Presso una nuova croce di granito, il percorso lascia per un istante il mondo aperto per inoltrarsi in un piccolo cammino bordato da aceri, faggi, frassini e querce, come un ultimo respiro vegetale prima dell’arrivo.

Il GR65 raggiunge poi una strada che conduce, attraverso qualche deviazione, verso il centro dell’abitato. Aumont Aubrac è una piccola cittadina di circa mille abitanti, situata non lontano dall’autostrada A75 che attraversa la Francia da nord a sud. Grazie alla sua posizione e al passaggio dei pellegrini di Santiago, è diventata una vera città tappa, frequentata da viaggiatori e turisti. 

Nel cuore del paese, un piccolo parco offre una piacevole sosta, ideale per riposarsi dopo la camminata. 

La cittadina non è particolarmente ricca di monumenti, ma conserva alcune tracce del suo passato. La chiesa di Santo Stefano, nata da un antico monastero benedettino del XII secolo, ha conservato parte della sua architettura romanica nonostante numerose trasformazioni. All’interno, l’insieme appare oggi più moderno. Si scopre comunque un modesto centro storico con alcune case in pietra risalenti ai secoli XVI e XVII. L’antica Maison du Prieuré ospita oggi l’ufficio turistico.

Nel complesso, Aumont Aubrac non figura tra i più bei villaggi della regione: una strada piuttosto trafficata lo attraversa e il centro può apparire un po’ congestionato. Nella piazza una statua ricorda la celebre Bestia del Gévaudan, la cui leggenda continua ad abitare la memoria collettiva. E, come spesso accade da queste parti, i segni di Compostela accompagnano il visitatore, discreti ma fedeli compagni del cammino. 

Non si può arrivare in Aubrac senza evocare il suo tesoro gastronomico: l’aligot. L’aligot, la Margeride e l’Aubrac sono intimamente legati, quasi inseparabili. Come ogni ricetta degna di questo nome, possiede la sua leggenda, sospesa tra storia e tradizione.

Si racconta che nell’alto Medioevo alcuni vescovi provenienti dall’Alvernia, dal Rouergue e dal Gévaudan si incontrarono sull’altopiano dell’Aubrac. Ognuno portava ciò che aveva: patate per uno, formaggio, panna e burro per un altro, e per il terzo un po’ d’aglio e di sale. Affamati ma poco esperti nell’arte culinaria, avrebbero affidato queste modeste provviste a un buronnier, un uomo dell’altopiano, che con gesto sicuro mescolò tutto in un grande paiolo posto sul fuoco. Così sarebbe nato l’aligot, nella semplicità di un gesto contadino e nella necessità di nutrirsi. Quanto alla celebre Croix des Trois Évêques, situata poco più avanti sull’altopiano, ricorda ancora oggi questo incontro simbolico al confine di tre territori. Qui la geografia si intreccia volentieri con la leggenda.

Al di là del racconto, però, l’aligot è soprattutto una questione di gesti e pazienza. Per quattro persone occorrono un chilogrammo di patate farinose, quattrocento grammi di tome fraîche de Laguiole, un po’ di panna fresca, uno o due spicchi d’aglio, sale e pepe.

Le patate, cotte in acqua con l’aglio, vengono ridotte in una purea fine e ben calda. Arriva poi il momento essenziale: a fuoco dolce si incorpora la panna, prima di aggiungere progressivamente la tome tagliata a pezzi. Occorre quindi mescolare, tirare e sollevare il composto con energia, spesso disegnando grandi otto nel recipiente. È qui che si gioca tutto: in questo movimento paziente che dona all’aligot la sua celebre elasticità. Il risultato? Una materia viva e filante, a metà strada tra dolcezza e carattere, tra calore confortante e sapore profondo. Tradizionalmente servito con una salsiccia, l’aligot è molto più di un piatto: è un’esperienza, quasi un rito, che prolunga il viaggio fino alla tavola.

Alloggi sulla Via Podiensis

• Gîte-Chambres d’hôtes Le Gévaudan, Pascal Roussel, Les Estrets; 04 66 45 61 90/06 88 90 97 89; Gîte e Pensione, cena, colazione
• Gîte-Snack Les Saint-Pas, Géraldine et Frédéric (pèlerins) Les Estrets; 06 16 80 73 84; Gîte, cena, colazione
• Les Granges de Bigose, Thierry Monniez, Bigose; 04 66 47 12 65; Gîte e Pensione, cena, colazione
• Route d’Aubrac-Laverie, 4 Route d’Aubrac, Aumont-Aubrac; 06 76 66 43 90; Gîte, cucina
• Gîte Chemin Faisant, Annie Lautard, 15 Avenue du Payre, Aumont-Aubrac; 06 24 83 19 36/07 67 19 66 20; Gîte, cena, colazione, cucina
• La Ferme du Barry, Charles et Marie, Rue du Barry, Aumont-Aubrac; 04 66 42 90 25/06 71 83 17 46; Gîte, cena, colazione
• Gîte Les Sentiers Fleuris, Aurélie, 7 Place du Portail, Aumont-Aubrac; 04 66 42 94 70/06 42 64 80 02; Gîte, cena, colazione
• Gîte-Chambres d’hôtes O mon Aubrac, 8 Route d’Aubrac, Aumont-Aubrac; 06 20 78 56 06; Gîte e Pensione, cena, colazione
• Les Volets Bleus, Cécile Maled, 25 Avenue de Peyre, Aumont-Aubrac; 04 66 31 34 11/06 74 21 55 95; Pensione, cena, colazione
• Chambre d’hôte Le 24, Françoise et Christian Mathieu, 24 Route d’Aubrac, Aumont-Aubrac; 06 75 91 71 30; Pensione, colazione
• Chez Camillou***, 10 Route du Languedoc, Aumont-Aubrac; 04 66 42 80 22; Hotel***, cena, colazione

Anno dopo anno, il Cammino di Santiago cambia e si reinventa con le stagioni e con i passi dei pellegrini. Alcuni alloggi chiudono le loro porte, mentre altri, modesti o inattesi, nascono lungo il percorso. Sarebbe quindi irrealistico pretendere di fornire un elenco fisso ed esaustivo. Questa guida include soltanto gli alloggi situati direttamente sul percorso o entro un chilometro da esso. La selezione è stata aggiornata nel 2026 e non dovrebbe quindi subire grandi cambiamenti nei prossimi anni. Per coloro che desiderano approfondire, una pubblicazione si distingue come riferimento imprescindibile: Miam Miam Dodo, facilmente reperibile online. Il principale punto di forza di questa guida risiede nei suoi aggiornamenti annuali. Non si limita a elencare gli alloggi situati direttamente sul percorso, ma include anche indirizzi leggermente fuori dal percorso, una risorsa preziosa quando l’elevato numero di pellegrini rende più incerta la ricerca di un posto per la notte. Contiene inoltre numerose informazioni pratiche: bar accoglienti, ristoranti lungo il tragitto e provvidenziali panetterie che scandiscono il viaggio. Accanto a queste risorse tradizionali, un’altra presenza è diventata ormai inevitabile: Airbnb. La piattaforma si è affermata come un riferimento importante nel panorama turistico, persino nelle regioni più discrete o meno sviluppate. Tuttavia, come tutti sanno, gli indirizzi esatti non vengono mostrati direttamente, il che richiede una certa capacità di pianificazione. Sul Cammino, trovare un letto all’ultimo momento può talvolta dipendere soltanto dalla fortuna. Ma la fortuna, per sua natura, non può essere considerata una strategia. È quindi fortemente consigliato prenotare in anticipo. Infine, al momento della prenotazione, è opportuno informarsi sulle opzioni di cena e colazione. Questi dettagli, apparentemente secondari, possono alleviare notevolmente le difficoltà di una tappa.

Se si fa l’inventario delle capacità di accoglienza, si contano circa 60 posti letto prima di raggiungere Aumont-Aubrac, il che lascia supporre che molti pellegrini scelgano di fermarsi prima lungo il percorso. Ad Aumont-Aubrac, invece, la capacità ricettiva aumenta considerevolmente, con quasi 210 posti letto disponibili. Poiché il numero di pellegrini sulla Via Podiensis oscilla generalmente tra 100 e 200 persone al giorno, l’alloggio non dovrebbe rappresentare una particolare difficoltà in questa tappa. È comunque consigliabile prenotare in anticipo, per maggiore sicurezza.

Questi itinerari attraversano territori spesso poco popolati, dove i servizi sono limitati. I ristoranti sono piuttosto rari, così come i negozi di alimentari, che spesso si riducono a piccoli punti vendita del pane con una modesta offerta di verdure e prodotti lattiero-caseari. Tuttavia, è possibile mangiare a Les Estrets e a Bigose, due soste particolarmente gradite in queste zone più isolate. I punti d’acqua sono meno frequenti e si trovano a Grazières-Mage e a Chabannes. A Chabannes è inoltre disponibile una toilette a secco. All’arrivo, Aumont-Aubrac offre tutte le comodità di una piccola città, con un’ampia scelta di negozi e servizi. Infine, numerose aziende propongono servizi di trasporto bagagli o di trasferimento verso il punto di partenza. Tra queste, una rappresenta un punto di riferimento consolidato: La Malle Postale. Aumont-Aubrac dispone inoltre di una stazione ferroviaria, particolarmente utile per gli escursionisti che percorrono soltanto brevi tratti del cammino.

Sentiti libero di aggiungere commenti. Questo è spesso il modo in cui sali nella gerarchia di Google e come più pellegrini avranno accesso al sito.
Tappa prossima : Tappa 6: Da Aumont-Aubrac a Les Gentianes 
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